venerdì 17 novembre 2023

Epilogo

 La luce della luna fredda sui colli faceva da lanterna alle solitudini dei boschi.

La terra emanava un profumo repulsivo.

Si sentiva un sentore di morte, il lumino del santo al crocicchio nel crepuscolo sembrava fare da specchio buio al gelo della Luna.

Non c'erano seconde possibilità, le braccia avvolgenti dell'oscurità si protendevano ad abbracciare le viscere, gli alberi i boschi, gli animali che raspavano nella penombra a formare un sincizio con il lume del santino e ad aprire una porta nel mondo di Ade.

Non c'erano seconde possibilità.

La terra promanava una sensazione come se l'erba dovesse crescerti nelle viscere.

Da lontano un crepuscolo rosato ad occidente faceva l'occhiolino alla vita che moriva infiltrandosi nella terra.

Mi avvicinai al santino e vidi che era una strano santino, una strana statua che sembrava del tutto identica a me.

La luce cinerea della Luna la illuminava.

Vidi che aveva un dito che indicava ad un anfratto.

Provai ad avvicinarmi e vidi che era stretto, sentivo una attrazione.

Entrai nel pertugio illuminandolo con la luce del cellulare e vidi una meridiana sul soffitto.

Entrai in quell'oscurità e persi il senso del tempo, non capivo se procedeva avanti o indietro, c'era uno spazio nero in cui entrai, o meglio, lui entrò in me.

Sentii un senso strano, non di pace, ma neanche di inquietudine vidi la bellezza che sfioriva, vidi i petali dei fiori, solitari che si staccavano per entrare nella terra.

Sentii il mio stomaco avvolto in questa sensazione una umidità che mi permeava.

La luce della torcia del cellulare vagava nel pertugio che si apriva sempre di più.

Sentivo le membra sempre più rigide e a un certo punto cercai con forza di uscire, ma le mie membra diventavano sempre più rigide, mano a mano che mi avvicinavo all'uscita.

Via via che cercavo di uscire la terra mi entrava nelle viscere e mi sembrava di diventare di pietra fino a che mi fermai immobile con la mano con il dito che indicava l'apertura.

Mi resi conto che ero diventato la statua di pietra che avevo visto all'ingresso, guardai la luce fredda della Luna e sentì che l'abisso nero era diventato la mia pelle.

Guardai la caducità e compresi che i fiori si sentivano soli e io avrei dovuto fargli compagnia per l'eternità.

venerdì 27 ottobre 2023

La candela

 Il lenzuolo si stendeva ampio e da esso emergevano le mille forme.

Mille volti e lui li contemplava.

Nel lenzuolo il vento della notte si era infilato e faceva crescere le mille forme i mille volti.

Ogni volto emergeva e poi spariva.

Lui li vedeva mentre era seduto.

Mille volti, uno dopo l'altro, o insieme.

Il suo volto emerse e poi anche il corpo, sotto il lenzuolo la stava accarezzando e le mani da sotto il lenzuolo carezzavano lui.

Era lei che lo amava da sotto il lenzuolo, la sentiva, la carezzava e le sue mani carezzavano lui.

Ma lui prese il lenzuolo e tentò di scoprirla, per vedere che rimaneva più il nulla.

L'aria sotto il lenzuolo fuggì nel vento della notte.

La luce della Luna inseguiva le nubi ed egli le vide.

Il ricordo di lei si specchiava nella Luna.

Anche le altre mille forme erano sparite.

Ciònondimeno era in lui il ricordo.

O fuori di lui?

Già quando aveva lasciato il lenzuolo per terra le mani si protendevano ed altre forme si formavano.

E allora comprese, comprese che doveva dimenticare se voleva ritrovarla.

Mille forme e come avrebbe potuto riconoscerla senza il ricordo?

Un'immagine era il ricordo, o cosa, qualcosa che pulsava nel suo cuore, si diffondeva nelle sue arterie?

O la candela che brillava nella stanza e illuminava le forme? 

Il vento l'aveva portata via e già in un altra stanza si stava alzando la sua forma?

Ma per le colline e per i dirupi c'era solo il silenzioso benestare della notte.

I lupi danzavano e ululavano alla Luna.

Ricordavano anche loro.

E vide il sole in uno scrigno, e il sole si spense.

Sotto di lui le onde del mare si infrangevano nell'oscurità.

Afferrò il demone che giaceva nelle profondità del mare e non colse nulla.

Nella stanza sentì il passo morbido di una donna che soffiò sulla candela e la spense.

La dimenticò.

Solo allora nel buio la riconobbe.


martedì 10 ottobre 2023

La mano

 I filosofi greci arrivarono con Alessandro Magno nell'India.

Vigeva una tale filosofia allora chiamata Buddhismo, i gimnosofisti li chiamavano i greci, perché essi non indossavano vestiti e discutevano nudi della verità e della filosofia.

Amalek il Greco conobbe il Buddha.

''Salve o Ghandarva io vorrei invitarvi all'agorà a dibattere con noi, spero sia di vostro gradimento.''

''Salve o Amalek il tuo nome non è greco eppure tu discetti da filosofo greco?''

Amalek disse:

''O Gandharva ciò che uno è e ciò che uno crede di essere non sono la stessa cosa, vieni a discettare nell'agorà troverai molti uomini contenti di conoscere la tua dottrina, noi siamo greci perché non aderiamo a nulla di particolare, cerchiamo di eviscerare il mondo col potere del Logos''

Il Buddha si recò all'agorà.

Fu invitato a sedere.

Egli sedette alla greca per compiacere l'uditorio, la cosa fu apprezzata, era un uomo elastico evidentemente.

''Salve o Buddha, noi da sempre discettiamo di verità e di origine delle cose mostraci la tua''

Buddha rispose:

''Se tu credi che io conosca la verità ti fai trarre in inganno dalle tue stesse parole, verità è un concetto, nessun concetto è valido nel nirvana, il nirvana è aconcettuale''

''Però è accessibile, questo è il senso della mia filosofia, la verità è inaccessibile, perché è come cercare di entrare in uno specchio, ma se tu lucidi lo specchio, quello è il nirvana''

I filosofi greci tacquero per un momento.

Amalek continuò:

''Parla in greco con noi, ogni lingua è parte del processo di dialogo dunque spetta a te mostrare attraverso una corretta traduzione ciò che intendi esporre e non necessariamente a noi di imparare la tua lingua, la parleremo anche, ma nella agorà si discute in greco''

''Traduci Nirvana''

Il Buddha così tradusse:

''Credo si traduca con libertà se vogliamo rendere la cosa a voi greci''

''Amalek:''Perché dunque dicono che si traduca con estinzione o cessazione del soffio?''

Il Buddha:

''A voi il vento fa paura?''

''A me si'' disse Amalek il greco.

''Capisci il senso di questa paura?'' chiese Buddha.

Amalek:''mai capito il senso di qualsivoglia paura, tantomeno quella del vento''

Il Buddha:''il soffio, l'aria, il vento sono l'intima natura delle cose, neanche l'acqua liquida, ma l'aria mobile e ballerina, le foglie che vanno e vengono il senso di cogliere per un attimo un profumo e perderlo, c'è poesia nel vento ma non c'è stabilità.''

''Un profumo o un fiore dura il tempo che un soffio casuale si introduce nelle tue narici, è tutto casuale eppure nulla lo è, la polvere della morte inquieta l'uomo senza che egli sappia cosa l'inquieta''

Amalek:''io non ho paura della morte e non so neanche cos'è, in verità la mia gente non corre dietro né al vento, né alle paure e tantomeno concede parole al vento, sappiamo anche tacere, ma parliamo agli uomini e abbiamo piacere alla parola''

''Spiega il tuo concetto dunque.''

Il Buddha prese la parola:

''O Amalek io so che voi siete nobili e saggi e che le vostre parole e i vostri silenzi sono pregni della vostra dignità, ascolta le mie parole dunque e giudicale col tuo senso e non con il mio''

''O Amalek credo che l'archè di tutto sia il vuoto, e il mistero dello spazio infinito, credo che molti uomini si ancorino alla terra e che non lascino mai che i loro piedi non tocchino la solida pietra, alcuni più coraggiosi di altri non temono le acque e si spingono in mari lontani e colonizzano isole lontane, la tua gente è coraggiosa e nata fra le acque, ne sente il canto e non teme le nereidi e il loro tocco grazioso''

''O Amalek la vostra gente ha coraggio e naviga fra mari lontani fra ninfe e ciclopi, ma teme l'aria e la luce e affida a Icaro il compito di ammonire gli uomini sulla impossibilità di raggiungere il mondo dell'aria e della luce''

''O Amalek cogli il senso del mio viaggio, cogli l'isola che ho trovato nell'oceano, la ninfa dalla quale tu non vorrai più partire, o mio Ulisse coraggioso''

''Sono partito affrontando tutto ciò che mi spaventava affrontandolo e vivendolo, ho vissuto fame, morte, solitudine, disperazione angoscia e sangue''

''Sono annegato nelle profondità dell'essere fino a scoprire che nel fondo degli oceani, c'era il vento''

''Poi mi sono lasciato trasportare dal vento con paura e trepido amore, ho amato e sono morto come foglia avvizzita''

''Avevo paura, sentivo paura come avrei potuto non sentirla?''

''Provavo dolore, ricordi e campi morti d'inverno, mari gelidi e cuori freddi, ho rifiutato persino le mani che cercavano di cogliermi con pietà, pentendomi per poi scoprire che volevo afferrare il senso e non c'era nulla di cui pentirsi nel mio essere uomo, nel mio volere oltrepassare le colonne d'Ercole e anche nel mio avere paura e voler ritornare nella mia Itaca''

''Ho visto la bellezza di Nausicaa e la dolcezza della  vergogna delle ragazze di fronte a un uomo nudo e naufrago, anche la loro pietà rispettosa, il loro garbo, la dolcezza del loro sguardo rivolto verso il basso per non ferirmi eppure la loro mano tesa, le loro gote rosse, che pure sono la cosa più nobile e dolce che talvolta il mondo pare non avere del tutto dimenticato, io ho rifiutato''

''Nessun vestito indosso io naufrago, come vedi, sono un Ulisse più radicale, ho compreso che era il gioco del gatto col topo, il demone Mara dell'illusione quando sapeva di avermi in pugno rivestiva i suoi demoni di bellezza e garbo, egli sa cosa soffre ogni uomo e credimi più ti distacchi dopo ogni frecciata al tuo cuore e più lui arriva a carezzarti con falsa compassione per lasciarti ancora più nudo e naufrago nella prossima catastrofe, nel prossimo naufragio''

''E' un demone e non bisogna cercare di cogliere la raffinatezza del suo pensiero, egli ti incastra anche così''

''Egli si cura di creare ogni barca di modo che ti salvi dalle acque per farti morire  bruciato, gioca un gioco che è superiore al nostro stesso intelletto''

''O Gandharva parlami del porto e non del vento e delle acque, dimmi come tu o strano Ulisse straniero hai trovato la dimora'' disse Amalek il greco.

''Guarda questa mano'' disse il Buddha, ''l'ho sognata una notte e la guardavo, sognavo il mondo e la sua splendida luce, sognavo di essere tornato nella mia Itaca, di essere con mia moglie e di uccidere i miei nemici che la attentavano''

''Era successo era vero, era ''reale'' eppure sognandolo ho risognato le stesse cose, il cane Argo che è morto, Penelope fedele che mi ha riconosciuto, e tutto questo in virtù di una mano che ha saputo scoccare una freccia e colpire con precisione un bersaglio, io credevo.''

''Ho sognato un sogno strano che mi ha fatto riflettere, questa mano io non ne avevo coscienza nella realtà ed è per questo che è arrivata al bersaglio, nel sogno invece la sentivo e tremava e rischiava di non prenderlo''

''Quando ho tremato il mondo del sogno si è discostato dalla realtà, nella misura in cui non ne ero cosciente e non sapevo se fosse mia la mano, ha tremato''

''Ho capito che nella misura in cui pensavo fosse mia''.

''Il sogno era identico alla realtà, ma io ho sentito i miei pensieri e ho capito il nirvana, il potere è nella mano, e tutto il mondo essa può blandire amare odiare, uccidere e soggiogare, ma solo se la lasci fare.''

''Se tu dici alla tua mano colpisci il bersaglio lei non lo colpirà.''

''E se nemmeno una mano risponde a te, chi sei tu?''

Amalek il greco era stupito di questa rivisitazione dell'Odissea, non si immaginava che lo straniero conoscesse Omero e parlasse così bene la sua lingua.

Era veramente perplesso e si guardò la mano.

Tremava o non tremava?

Non tremava?

Tremava?

Era sua, non sua?

Prevalse la razionalità greca.

''Questa mano sembrerebbe mia o Ghandarva, di tutta onestà io non capisco come tu possa dire che non lo è, e se non lo è di chi dovrebbe essere, spetta a te dirlo e non a me perché io la riconosco come mia, e non ho dubbi dopo aver esaminato la questione.

''O Gandharva dimmi di chi è la mia mano se non è mia?''

Il Buddha prese l'arco e le frecce e le pose in mano ad Amalek.

''Vieni o Amalek, lascia che sia la tua mano a dirtelo''

''Tendi l'arco e la freccia e uccidimi''

''Non voglio'' disse Amalek, ''sono io che parlo che ti dico che non voglio''.

''Fallo se vuoi conoscere la verità''

Amalek era sempre più perplesso.

''Questi stranieri non conoscono il modo in cui si discute nell'Agorà'' ci fu disapprovazione da parte di tutti e un coro unanime di spregio verso questi modi barbari di affrontare la filosofia.

Amalek però ebbe un moto strano e impazzì, dopo che l'agorà rideva e si faceva burle del Buddha lui tese l'arco e lo colpì.

''Straniero se non sei pazzo dimostrami se questo è il nirvana io tutto sono disposto pur di conoscerla e nulla temo, neanche la barbarie del tuo modo di conoscerla.''

Il Buddha sorrise e si accasciò.

Amalek rimase deluso e umiliato di aver ascoltato un folle straniero, nulla gli faceva presagire di aver colto alcunché, eppure l'aveva ucciso.

Aveva obbligato a fare con la sua mano quel che la sua mano non voleva fare e aveva semplicemente dimostrato l'ovvio, la mano era la sua.

La folla era silenziosa, Amalek triste, il dialogo non l'aveva illuminato ma atterrito e anche l'ultima parte era orribile eppure l'aveva affrontata con la sua solida volontà.

Amalek era molto triste.

''Il mio amore per la verità mi ha portato a uccidere un uomo, eppure lo rifarei perché sono fatto così''

Non riusciva a dormire preso dal rimorso.

Pensava nel suo cervello che non doveva impazzire e farsi sedurre dalle parole di un barbaro invasato straniero, che aveva sbagliato, cercava di riportare indietro le lancette del tempo e di non colpire Buddha, di deporre l'arco e deriderlo insieme agli altri greci, cosa voleva insegnare un provinciale a un greco di volontà ferrea e di desiderio di conoscere il vero sopra ogni cosa?

Cosa voleva insegnare che già non fosse stato dibattuto mille volte in un agorà greca?

Non capiva.

Si diede all'ebbrezza del vino chiedendo a Dioniso di salvarlo della sua stessa empietà.

Amalek era solo nel suo letto quando si addormentò e sognò.

Era un legato romano di nome Ponzio Pilato in un villaggio palestinese e un pazzo con le stesse sembianze di quel Buddha già si palesava con quella odiosa ostinazione provinciale con cui questi barbari pretendono di insegnare a noi uomini della civiltà qual è la verità e il senso del mondo.

Gli chiese che cos'era la verità e lui non rispose.

Gli chiese se quella mano era la sua e urlò che era la sua e mai e poi mai avrebbe ripetuto quell'errore con un altro pazzo.

Mai si sarebbe sottoposto allo sgomento di un omicidio gratuito per scoprire il nulla e seguire le follie barbare di un rozzo straniero.

''Fatelo flagellare e liberatelo'' comandò risoluto.

''Questo idiota'' aggiunse.

Ma la folla era in tumulto e lui urlò ''cosa ha fatto di male costui?''

E la folla urlava ''crucifige!crucifige!''

Ossessi pazzi dannati!

Cosa toccava a un uomo razionale del mondo razionale in mezzo a zotici sanguinari!

Era incerto e riviveva il trauma dell'uccisione del pazzo indiano.

Non capiva.

Però era un incubo e fuori dal suo controllo.

Subiva più di tutti la colpa e l'irrazionalità del mondo.

Ma l'imperatore Tiberio non lo avrebbe perdonato del tumulto.

Ordinò di croceffigerlo contro la sua volontà.

Poi ebbe orrore della sua stessa mano e provò a mondarla del sangue con un gesto pubblico.

''Questo sangue non l'ha versato la mia mano, io me ne lavo le mani.''

Quel tale poi dissero che era risorto.

Si risvegliò stranamente felice, liberato di un peso.

Quella mano non la credeva più sua.

Andò a seppellire i resti dell'uomo che aveva ucciso nell'agorà.

E lo vide con suo sommo stupore vivo e vegeto nella posizione della meditazione.

''Hai sognato?'' gli chiese.

''Si'' rispose scosso e tremulo.

''Sei risorto?'' chiese Amalek.

''No, io mi sono accasciato ma tu non hai colpito.''

''Ho finto''

''Ricordi la tua mano Amalek?Quella mano era tua?''

Amalek era scosso e ora non tremava solo la sua mano, tremava tutto avvinto dal terrore.

Il Buddha lo prese gli mise in mano l'arco e lo aiutò a tenderlo da dietro.

''E' tua la mano Amalek?''

''Riesci a tenerla ferma?''

''Ora ricordi Amalek?Ricordi che hai tremato al solo pensiero di uccidermi, ricordi che la mano tremava, che la tua volontà non era tua, che la freccia NON ha centrato il bersaglio.''

''Amalek perdonami ho dovuto scuoterti per destarti, i tuoi ricordi sono ciò che è accaduto?''

Amalek tremava e piangeva ora ricordava che la mano si era mossa.

Si bloccò ritto nel rigore di chi è conscio che il ricordo è solo un pensiero, non la realtà.

''Tu eri preso dall'ossessione della  tua colpa, della tua volontà e della tua mano e del tuo assassinio da non rendere conto che hai tremato e non hai colpito il bersaglio.''

''Cosa sono i tuoi ricordi Amalek?''

''Il passato, il presente o il futuro?''

''O nessuno di questi?''

Amalek ebbe una vertigine.

Diamine la testa gli faceva pensare per passato una roba che era presente e viceversa.

Ebbe una vertigine.

Totale.

Un ebbrezza, un brivido lungo la schiena.

Il sudore lungo il corpo cadeva fradicio ma si quietò.

''Futuro, passato, presente'' disse.

''Non è il futuro, non è il passato, non è il presente, se potessi vederlo, vederlo realmente, non mi sarebbe apparso tale e mai mi apparirà tale''

''Hai sognato?'' gli chiese di nuovo.

Era in una sensazione distorta.

Non capiva più.

E allora capì.

A questo punto rispose:

''No, non ho sognato, non era un sogno''

''Stavo solo cercando di riordinare il tempo e gli oggetti e i soggetti del mondo senza riuscirci.''

''Bene'' rispose il Buddha.

Lui non comprese bene perché ma queste sue mani che non erano sue abbracciarono il Buddha.

''Hai sognato?'' gli chiese nuovamente.

''Ora non più'' rispose lui.

''Mi sono destato dal sogno, dall'incubo''

Il Buddha se ne tornò nella foresta sorridente Amalek impalato fermo.

Il vento che soffiava sotto le stelle solitarie, e il grande universo non faceva più paura.

Non era un flusso il vento ma una ricostruzione notturna, postuma, precedente, presente e futura.

Ogni foglia andava in una direzione diversa e il vento soffiava e lui sorrideva dei sogni dei mortali e della  paura che guidava le foglie tremule che avevano paura del vento.

Era la loro paura a guidarle.

Era la loro paura il vento e il destino.

Un incastro di sogni o cosa?

Ulisse non aveva centrato il bersaglio, solo amava molto sua moglie e aveva creduto di centrarlo.

Lei lo aveva amato e riconosciuto per quello.





sabato 7 ottobre 2023

La torre

 La regina stava rinchiusa nella torre.

''Oh come è possibile che il mio principe sia si' crudele?''

''E io l'ho amato, i miei passi sono stanchi e più non ho voglia di alzarmi dal letto, ogni pietra di questa torre lugubre e senza finestre mi ricorda il suo volto luminoso, io sono stata accanto a lui prima che la sua mano si distaccasse, prima di non poterla toccare più''.

''Oh che crudeltà, io sono stupida e senza valore, come una schiava egli mi tiene rinchiusa qui, ma senza poterlo vedere, nulla ha più senso, dico la verità senza di lui io più non voglio neanche tentare di uscire senza che i suoi passi guidino i miei''

''Ma il mondo è grande''.

I candelabri illuminavano il volto pallido della regina che esangue moriva ogni giorno.

Ella fuggiva gli specchi.

Sempre più magra si abbandonava al dolore, alla tenebra più profonda ella sussurrava il suo canto:

''Dolce crudeltà, topo che rodi la mia carne, perché i pensieri volano lontani fuori di qua, come prigione è la realtà, se solo potessi ristringere la tua mano, ma il pensiero, che mi è breve conforto subito svanisce e si tramuta nei muri plumbei che vedono i miei occhi, in cui sono rinchiusa, e già più non vedo te e già ritorna la tortura crudele, la memoria è prigione peggio di queste pietre.''

Lo strazio si ripeteva nel buio della torre.

Ella tentava di uscirne ma senza successo.

Un giorno prese un libro e tentò di distrarsi dal dolore.

Parlava di una grande battaglia.

Descriveva come il principe sarebbe dovuto partire per combattere le legioni di demoni ai confini del deserto di pietra nera.

''Chissà che non stia parlando di lui...''

Nel libro era narrato di come il principe aveva dovuto lasciare la sua dama per difendere i confini da una schiera di esseri malefici.

Odio, carestia, solitudine, egoismo, paura, ansia, dolore, morte l'ultimo, il più temibile si chiamavano i re senza testa del mondo infero.

Nel deserto li aveva incontrati ed essi lo avevano vinto e ucciso.

Passo dopo passo ella si trovava a salire una scala ebbra della sua stessa fatica, senza finestre il suo mondo, rinchiusa, prigioniera, orfana, cosa più temibile di tutte, abbandonata.

Saliva le scale senza luce se non quella dei suoi candelabri.

Sette candele, tre da una parte, tre dall'altra, una al centro.

La mente oramai assente, guardava la fiamma, prese il candelabro e illuminò la stanza.

''Il ricordo è vicario di luce, senza il sole, qualcosa me lo deve ricordare''

Chiuse gli occhi.

I suoi piedi scalzi sentivano il marmo freddo e crudele.

Fu consapevole dell'eternità e della morte.

Già tutto le pareva un sogno.

Disse: ''sia lode a Dio, agli arcangeli tutti'''.

E camminò lungo le scale, passo dopo passo il marmo gelido la faceva trasalire.

Ma il candelabro illuminò una porta di ferro.

Una porta che appariva solo se illuminata da quella fiamma.

Solo dalla fiamma verde al centro.

Aprì e si rese conto di essere sulla sommità della torre.

Vaste erano le colline verdi che ella poteva vedere con il suo sguardo sovrano, verde l'erba sotto i suoi piedi già la consolava del marmo freddo.

Posò il candelabro e mai gli parse che il sole fosse più luminoso.

Egli scandiva sillabe di gloria sulle nuvole, egli sorgeva sul lago cristallino a oriente.

''Come è bello e vasto il tuo regno o mio principe'' disse.

''Ma io qui sono prigioniera anche se sulla sommità della torre, il tuo regno è perso per sempre, la morte ha trionfato, sia lode a Dio comunque.''

Un volo di uccelli bianchi, da sinistra a destra le parve il cenno di compiacimento della Divinità alla sua lode.

Scavalcò la ringhiera d'oro e si buttò nel vuoto per uccidersi.

Già vedeva con orrore il terreno verde che le correva incontro, fragile il suo corpo, eppure grave verso la terra e la morte.

Guardò il sole e ne fu estasiata.

Che luce.

Le pietre della torre parevano fatte di solida materia cristallina, l'edera verde era così risplendente, quasi che fosse un santuario.

Vide gli uccelli che volavano e ne fu incantata, volle essere insieme a loro.

E fu solo allora che battè le sue ali.

E si rese conto di averne un paio bianche e di poter volare.

E già il terreno non le correva più incontro e già ella saliva insieme agli uccelli bianchi, sempre più in alto, padrona del suo respiro dell'aria, verso la luce.

Incontrò il principe sulla montagna di smeraldo dove gli uccelli la condussero ed egli  le confidò:

''Sapevo che potevi volare quassù, finalmente sei uscita dalla prigione del tuo cuore, dovevi sperimentare la pena dell'abbandono per sapere di essere un angelo e poter volare, i nemici non possono più farti del male, eri tu a doverli sconfiggere con un battito delle tue ali.''



giovedì 5 ottobre 2023

Buona notte

Fravarti valchiria sorella
alle acque tu comandi
la notte è tua ancella.
Lascia ch'io ti spandi
il mio sole, luce divina
su nuvole bianche 
carezze di brezza marina 
baci la tua fronte
le tue lacrime stanche.
Rugiada,
notte inoltrata,
oscurità sospesa
stelle  alte sul nostro tetto,
concedi la tua resa
oh mia fata
al sonno, nel tuo letto.
Non avere paura
del serpente sul tuo cuore,
egli già lo ha morso,
il suo zucchero
tramuta il  male
in bianco cristallino candore,
in neve brillante la calura.
Le tue dita alla luna
sono più che sufficienti,
i fuochi del giorno spenti
che la pace ti conceda
nelle tue più buie ore.
Vento inoltrato
su cipressi che ondeggiano lenti,
se tu ti abbandoni
il fato
brillerà diamante
occhi tuoi contenti.

lunedì 11 settembre 2023

Il primo fuoco

 Gli alberi crescono nella notte, sempre più alti.

Vaghiamo a piedi nudi orfani della luce.

Siamo arrivati qui da molto lontano.

Il vento è il nostro signore, ogni foglia si muove nel buio e noi siamo tremuli e abbandonati a dove vuole soffiare il destino.

Gli alberi crescono nella notte sempre più alti.

Anch'essi cercano con le loro mani di carpire la luce.

Che non c'è.

La nebbia si insinua a lambire i colli.

Le gocce di rugiada sono promesse del mattino, ma la luce tarda ad arrivare.

Ho dimenticato il tuo viso da quanto tempo l'oscurità si è insinuata in me.

La luce delle stelle può forse farmi intravedere il tuo corpo nudo?

Mi bastano le mani per sentirti.

Anche se hai paura ti intimo di tacere con una mano.

E' una scintilla di luce che è scesa in me.

Non è tempo di amori, la fame e la paura ci incalzano, i rumori da quegli alberi lontani si fanno più vicini.

Se hai paura taci e non gridare, e se il tuo cuore batte troppo ringrazialo e fai pulsare le tue vene mentre stringo la tua mano.

Ora lasciami per un attimo, rannicchiati.

Una stella si è insinuata in me.

Porto le mani al cielo e prendo la pietra.

Credo di sentire cosa fare.

Il rumore si fa più vicino.

Batto con la pietra il sigillo del dio della foresta.

Le scintille sopra gli sterpi, ci ho già provato.

Cadono come le stelle del cielo mentre prego gli alberi di portarle qui giù.

Oh com'è bella la paura, ha sempre il potere di farmi dimenticare tutto e portare la mia mente dove sono io.

Batto con più forza sugli sterpi.

Sento il tuo respiro sempre più forte.

Non mi toccare, devo essere un ponte con il cielo, lascia che io non senta per un attimo le tue braccia avide di protezione.

Alzo di nuovo le mani al cielo.

Disegno con una mano il sigillo di Oxum sulla nuda terra.

Ora è sacra forse accadrà.

Il buio si illumina, le scintille stelle rosse cadono dalle mie mani.

E finalmente posso riguardare i tuoi occhi.

La luce si è accesa, il fuoco brucia gli sterpi.

Danza e aderisce agli steli che si afflosciano e si muovono come serpenti.

Ora che lo guardi sai chi sei, ne sei ipnotizzata.

Il battito del tuo cuore è di nuovo calmo, i tuoi occhi distanti, distanti a guardare la luce delle stelle sulla terra.

Ora sai chi sei.

Io non più, perché il tuo volto è diverso.

Come sei bella.

Sai questo fuoco che ho acceso per la prima volta nella notte dell'umanità ha cacciato gli occhi ciechi della bestia che ci dava la caccia.

Ma perché ti ricordavo diversa?

Cosa avevano visto i miei occhi e cosa vedono ora?

Perché vedevano il tuo volto in quella maniera brutta un tempo?

Erano forse gli occhi paurosi di una bestia spaventata?

Mi guardi e il tuo sguardo è sempre quello di un tempo.

Avida carpisci mille particolari, il fuoco ti piace, io non più.

Triste getto altri sterpi ad alzarlo.

Ora sai come fare ad accenderlo io non ti servo più.

Il tuo cuore è calmo e le tue mani più non mi cercano.

Avida di calore vai verso il fuoco ipnotizzata.

E' nata l'umanità e già si è compiuto il primo vagito del dolore.

La tenebra era profonda e ora la luce non è nata dall'orizzonte col sole ma guarda dal basso gli alberi.

Oxum ti ha rapita.

Le tue mani più non mi cercano.

E io ci soffro.

Non le tendi nemmeno per fermarmi quando io orfano della tenebra ti lascio per vagare di nuovo nell'oscurità.

Ho di nuovo bisogno della paura per placare il mio dolore.

Cammino mentre la luce rosseggiante del fuoco si fa più tenue dietro di me.

Torno nel buio e mi rannicchio sulla nuda terra che più da vicino mi ricorda il tuo abbraccio.

La via Lattea non ha il più benché minimo senso.

E se portassi almeno il tuo ricordo con me quando tornerò alla mia stella?


domenica 3 settembre 2023

''Mia vita molto dura''

Quel giorno ero arrivato al paese di corsa come al solito e mi ero fermato al bar mentre guardavo il pomeriggio cadere tranquillo fra le case in pietra.
I cipressi erano alti e sembravano finti.
Mentre l'oro si stendeva fra le colline brulle nel tardo meriggio giocavo a chiedermi cosa ci fosse oltre quelle colline brulle.
Le bandierine appese alle corde sospese fra le case ondeggiavano al vento tra le case in stile tibetano involontario.
Avrebbero potuto contenere delle preghiere buddhiste.
In realtà erano lì da una festa di qualche mese fa e nessuno le aveva tolte.
Arrivando di corsa avevo avuto sensazioni diverse.
Per certi versi aveva qualcosa del deserto.
Da lontano le colline  verso Volterra avevano un colore davvero giallognolo brullo.
L'Italia è un incrocio fra Europa e Medio Oriente.
La Toscana è una terra di apparenti gaudenti che secondo me hanno dimenticato i primi eremiti che avevano vissuto una vita di vento e silenzio.
Immaginavo cosa dovevano avere provato i primi colonizzatori di questo posto.
Mi chiedevo cosa diamine ci facessi lì.
Se lo saranno chiesti pure loro.
Mentre ero assorto in questa contemplazione il croato passa con un land rover scassato e mi dice ''dottore, mia vita dura, vieni stasera?''
''Oddio diamine me ne ero dimenticato''.
''Mia vita dura'' replica lui.
''Dai corro a casa e vengo dopo che mi sono fatto una doccia.''
''Mia vita molto dura'' ripete.
''Ma come fa uno con mille euro al mese a campare!'' si lamenta.
''Loro aristocratici, mia vita dura!''
''Ok adesso fammi andare vengo stasera''.
Corro di ritorno e mi fermo a mangiare dei fichi maturi e dolci, entro incuriosito in un cimitero e mi ritraggo subito.
Sebbene gli alberi e i cipressi stiano alti a sognare nel cielo l'idea di finire lì sotto mi angoscia non poco.
''Non qui, non adesso''.
Il campanile mi ricorda scandendo le ore che devo muovermi.
Arrivo a casa, bevo quasi disidratato, mi faccio una doccia.
Ho quasi l'impressione di fargli un piacere, non voglio essere scortese, ma me ne starei a casa, sono stanco di uscite fetecchie.
Arrivo al castelletto, la medievale e sontuosa abitazione del tempo che fu, ci ero passato diverse volte e non ci ero mai entrato.
''Sarà vero che qui c'erano i cavalieri templari?''
''Può essere reale quel passato di nobili principi sebbene assurdi per cui la gente moriva?''
''Vedi che comunque qui c'era una certa tensione spirituale,  lo percepivo.''
La villa non sembra avere entrate aperte ho già l'impressione di essere venuto per niente.
A un certo punto passo vicino a una porta stretta e lui mi chiama dall'interno.
Stanno preparando da mangiare e mi fa entrare.
Salgo delle scale in legno, vedo la Luna che accarezza l'edera verde sui muri fra le due torrette del balcone che le collega.
La magione templare è antica e nobiliare, si vedono decine di quadri alle pareti, i soffitti alti in legno, le lampade che danno una luce soffusa.
Tutti nobili, tutti morti, i soprammobili in alabastro di Volterra.
Tutto quanto ha le dimensioni di un sogno.
Mi siedo in un seggio in legno in quella che sembra una sorta di antica cappella con la gente seduta sui banchi.
I cantanti e le cantanti si alternano con il  maestro pianista che li accompagna.
La gente guarda in silenzio come a una celebrazione liturgica.
La porta in vetro smerigliato verde con intarsiata con intelaiatura a quadri di metallo sottile lascia intravedere un verde giardino.
Lo immagino.
Via via che si fa buio la luce smette di entrare da essa e diventa quella morbida e accogliente delle lampade e delle candele.
I soffitti alti, i quadri, l'enorme camino spento.
Intonano canti lirici in tedesco.
Intuisco una parola e l'altra e penso che in generale la musica e la poesia sono un caleidoscopio con cui con quattro vetri tiri fuori delle splendide illusioni.
Difatti le parole in tedesco grossomodo sono quelle lì,''sonne'' sole, ''abendlicht'' luce del vespro, ''liebe'', amore.
Diamine, sti poeti e musicisti giocano un gioco facile, rispetto alla complessità della vita, loro ti parlano di stelle e tramonti, del sole che splende senza dirti che splende senza un costrutto, che la sua luce è quanto di più divino e al tempo stesso profano esista.
Un dio muto che si contenta della sua gloria, narciso e pavido di vedere cosa la notte abbia in serbo.
Ma al mondo esistono ancora i nobili?
Eccoli qua.
I nobili cercano di  prendere esempio da lui, ma sono più simili alle candele che sono accese li sopra quel mobile a baldacchino.
La contessa maestra di canto si gloria del suo coro, ma le candele illuminano poco i ragni nell'ombra sopra, e i quadri sospesi e onirici di uomini dalla fronte distesa e i capelli bianchi.
La gente applaude senza capire un tubo, effettivamente sono bravi, le loro ugole si spingono in ogni direzione.
La cantante magra è timida di una bellezza che solo le ragazze timide sanno ostentare.
Magra e alta dai capelli neri e ricci.
Tutte curate.
La cantante decisamente più in carne occupa lo spazio di tre di loro, sembra uscita da quei cartoni animati degli anni 20 un pò lisergici, con i topolini strambi e la cantante che con la sua voce fa saltare l'empire state building mentre si gonfia a dismisura.
Un tizio scalzo che intuisco essere straniero riprende la scena.
Nessuno per fortuna si osa a riprendere la scena col telefonino, anche i cafoni in mezzo ai nobili capiscono perfettamente ciò che è volgare.
Io mi adeguo e applaudo, chiudo gli occhi e guidato dalla musica mi rilasso.
Mi addormento.
Vengo risvegliato dagli applausi.
Ah diamine siamo qui.
Ci portano al rinfresco e mi sazio senza troppe remore.
La contessa prorompe in un:
''Un grazie al nostro maestro di pianoforte Pacchiarotti.''
Io dico diamine non ci credo dopo trenta nomi austroungarici mi arriva così sbilenco un Pacchiarotti a tradimento.
Trattengo il mezzo sorriso lui si inchina placido e tranquillo.
Anche i nobili nei quadri sopra sembrano deriderlo un pò con la coda della bocca.
''Ma che mondo, ma diamine cambia una lettera del cognome se devi fare carriera, non sembra vero''.
Ma si parliamo col maestro Pacchiarotti.
Il maestro è bonario e goloso si abbuffa delle vivande sopra la tavola.
La pancetta a tradire un temperamento piacevole e gentile di quelle persone che sono buone perché gli piace semplicemente il buono della vita.
Io gli spiego dove siamo perché lui mi dice:
''Siamo stati un pò segregati qui a provare tutta la settimana, una volta ci hanno portati in macchina al paese ma solo per un quarto d'ora.''
Ma che buona la contessa gli ha dato il quarto d'ora d'aria al Pacchiarotti disorientato di fronte ai colli toscani.
''Allora con un mano indico da una parte, qui il nord Pistoia, Lucca, qui sud est Volterra, Siena, qui ovest il mare Livorno.''
L'altra cantante sembra preoccupata che io gli porti via il Pacchiarotti, riorientandolo di modo che fugga.
E a un certo punto datemelo anche un pò a me il Pacchiarotti,  anch'io ho il mio diritto a un pezzo del cuore agrodolce del Pacchiarotti.
Gelosa lo rimprovera:
''Maestro vedo che hai già stretto amicizia''.
''Maestro, domani devi essere a cantare a un matrimonio.''
Ahi lui si mette la mano sulla pancia e tace.
''Ma io mi trovo bene qui.''
Prova a protestare.
''Troppo bene qui, facciamo sempre fatica a portarlo via'' mi dice sorridente, e senza fatica lo porta via con lo sguardo basso.
''Il maestro è molto bravo''
Soggiunge, mentre mi guarda come a dire ''non approfittare troppo della sua bravura è solo per noi.''
Ma la contessa che dice?
E' precisa uguale alla contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, stessi vestiti solo più minuta e forse cortese.
Lui le chiede un pò di coca cola.
Inguaribile Pacchiarotti niente champagne e solo coca cola a noi  piace quel che ci piace.
Tartine dolci insieme al salato, sancisce lui, ''a me piace così.''
Lei sorride beata di cotanta bonaria richiesta e maternamente invita la servitù ad accontentarlo.
Il croato gli porge la coca cola nel bicchiere.
''Maestro?!'' lo chiama una.
''Maestro!'' un altra.
''Maestro?''
''Maestro?''
Da tutte le parti lo vogliono.
Lui alza il bicchiere della coca cola fa cin cin e col bicchiere alzato:
''Maestro di 'sto cazzo''.
E se ne va dalla stanza portandosi via la bottiglia della coca cola.
''Ineffabile Pacchiarotti''.
Dico io.
''Un uomo come pochi altri''.
La gente applaude senza motivo a Pacchiarotti che non c'è più.
''Una grande uscita di scena!''.
Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace.
La cantante magra che mi dicono essere svizzera mi piace.
Ma io non faccio a tempo a presentarmi che il croato ci prende e con una certa fermezza ci allontana dai nobili.
''Diamine sempre così'' penso.
''I nobili ti fanno entrare guardare e ti sbattono alla porta, devi solo applaudire, non si fa, o meglio si che si fa, a noi si fa, si deve fare, forse non sono buono come il Pacchiarotti, sono cattivo e me lo merito.''
Alla porta al croato gli chiedo una sigaretta di consolazione.
Lui mi dice di giramela io non sono capace e me la gira lui.
La vita è come una sigaretta che non so girare, quando imparerò a girarla forse me la potrò fumare.
Lui me la gira e la fumo.
I cipressi sognano sotto il cielo blu, e se Van Gogh vede cose strane, pace all'anima sua, io qui ho l'impressione solo che sia tutto un sogno.
A volte bello, a volte brutto.
Questa trovata del cognome Pacchiarotti è un segnale del destino che mi dice:''non te la prendere è un sogno bizzarro.''
Fuori il croato mi dice:
''Ora capisci dottore perché mia vita è molto dura.''
Vago per la strada guardando il cielo blu della notte, le cicale che intonano il loro coro.
Sento una voce che pronuncia il mio nome dal cimitero dal cimitero.
''Oddio ho paura i morti mi stanno chiamando.''
''Forse è veramente la mia ora.''
La voce continua a chiamarmi.
Entro aprendo il cancello.
Le tombe bianche si allargano per molto spazio con i lumini elettrici sotto a fare da contrappuntò alle stelle sopra.
''Cosa vogliono dirmi i morti?Saranno fantasmi di templari eremiti?''
Mi avvicino.
Una figura nera nell'ombra è riversa a terra.
''Devo ascoltarli, sapranno consigliarmi.''
Mi avvicino.
''Parla dunque, chiunque tu sia.''
''Vuoi della coca cola?''
''Cosa?''
''Vuoi della coca cola?
''Eh?''
Ma non mi sembra una frase di grande saggezza.
Mi avvicino.
''Oh diamine è il Pacchiarotti''
''Vuoi della coca cola?''
''Ma vai a fare in culo te e la coca cola mi hai fatto prendere un colpo, pensavo fossi un fantasma, sto posto da i brividi di notte.''
''Mi porti via?''
''Dai vieni fantasma  Pacchiarotti, ho capito che sei sotto sequestro fuggiamo dalla magione templare.''
Io e il Pacchiarotti ci allontaniamo sorseggiando coca cola in macchina fra le stradine tortuose dei colli.