martedì 25 giugno 2024

Pancole

Ogni raggio di luce
ci unisce
alla stella sovrana
del sole.
L'anima è tua ancella
grazie alle parole.
Lontana
porta il soffio
dei disgraziati,
che vagano
ancorati ai crocicchi
in cerca dei loro fati.
O Signore degli alberi
verde soffio riposo
trovi negli occhi
sfatti le notti insonni
il tempo che vorresti
ritroso.
Ma il cuore dov'è?
Senza la negazione
la vita umana
sarebbe un albergo
sciocco e vanitoso.
Contempla l'assenza.
Tu definisci in ciò
il senso della coscienza.

mercoledì 12 giugno 2024

Lord Mandarino

Milioni di fiori guardavano il cielo vuoto in attesa che grazie alla loro bellezza l'iride del cosmo conferisse loro un briciolo di attenzione.
E invece il vento veniva solo a portare il saluto della solitudine e del silenzio.
O mistico pellegrino...
Se vuoi metterti sul cammino della francigena dimentica il sorriso della tua bella.
Il sole splende molto e poi sparisce, tu guarda piuttosto il sorriso della luna crescente di fronte al vespro che si inoltra nella notte.
O caro mio piede che hai la caratura del vento...
O caro mio sonno sfidato dalle stelle che non dormono mai...
E insomma...
E insomma in tutta la strada da Gambassi a San Gimignano non incontro nessuno.
O per carità che gran posto da elfi che è San Gimignano.
Ma io ero decisamente sofferente sulla via del cammino di ritorno.
A un certo punto incontro due uomini e gli parlo in inglese chiedendo chi erano e così giusto per non parlare col vento e basta.
Un ragazzo siculo e un cinese.
"Where are you from?"
"From Sicily"
"Ma diamine ma allora finisce sempre come nella barzelletta, due italiani che si parlano in inglese alla presenza vigile di un cinese"
"And you?"
"Hong Kong"
Io ero stanco e volevo docciarmi e andare a casa e lui mi offre di rimanere ad una festicciola in un casolare in ristrutturazione nella terra del nulla.
Ero indeciso e volevo chiedergli il numero di telefono per vederci poi un altra volta.
Ma il siculo taglia corto "se hai voglia prendi l'occasione".
Ho la macchina ad altri 10 km è quasi buio, ma...
Vaffanculo ok.
Entro nella casa in ristrutturazione.
Due donne mi guardano spaventate come fossi un predatore.
Provo a parlargli in inglese e non capiscono.
Sono italiane,sicule pure loro.
 C'è una coppia di inglesi e con loro gioco a testare il mio accento sempre più british che ho sviluppato imitando Alex Hexagon su youtube.
Mi si para di fronte via via sempre di più una situazione da film pasoliniano  con un tocco gotico toscano:
Si fa buio, il calore della brace scalda e illumina una ragazza scarna magra dai bei lineamenti neri che ci guarda muta senza proferire parola.
Credo sia la ragazza del siculo.
Mi piace guardarla sempre più magra illuminata  dal fuoco e silenziosa.
Noi siamo seduti e lei no.
La trinacria profonda trasferita temporaneamente nel regno dei 4 venti toscani.
Lei sta sempre in piedi.
Solo perché la madre del ragazzo prorompa in un "Angela assittate con noi" asserito solo per un arcaica tradizione cui lei deve rispondere con un rispettoso diniego.
L'ignoranza dei siculi e delle siculo è notevole tanto che devo spiegare 56 volte la specializzazione che faccio  al che lei prorompe in un "al giorno d' oggi tutti i dottori si fanno chiamate medici".
Io preciso l'equivoco al che vogliono già chiedere favori, e allora traduco ai british "No, I'm a phisicyan if they say that I'm not , but I'm not a phisicyan if you ask me something ".
Confido sempre nell' ignoranza.
Il cinese sorride pacato.
La ragazza è sempre più silenziosa.
Come una vergine vestale non capisce una parola d'inglese e si incarica solo di badare al fuoco stando ritta a occhi spalancati mentre noi ciarliamo british e la madre ride sguaiata alle mie traduzioni brutali.
Il rosso della brace illumina una selva che più oscura di così non si poteva.
Io dentro di me penso che sia un modo per fare pesare qualcosa a qualcuno ma...
Scatta la religione del peyranesimo.
Per chi non lo sapesse peyrani è una figura apotropaica di ubriachezza molesta e sbiascicosa ispirata a un uomo realmente vissuto in Piemonte.
Paese che vai peyrani che trovi.
A questo giro siculo.
Mi offre una birra.
Lui procede imperterrito a  trincare come un bacco siculo che vuole scaldarsi il cuore del freddo toscano.
Ma è solo un mio vezzo quello di usare perifrasi poetiche per mascherare la peggio ubriachezza molesta.
Fa parte del peyranesimo.
Una birra due tre 10.
Cade dalla sedia.
Si rialza la birra gli esce dal naso come in una vignetta di Topolino.
Al prossimo giro perché no dalle orecchie dai, bevine un altra.
Balbetta.
Perdite di dignità assortite.
Il cinese lo guarda vigile come una badante...
Ah di sti tempi...
Ah trovarlo un cinese.
Trovi un cinese e ti sistemi.
E sua madre si lamenta pure che è lontano.
Io dentro di me lo ammiro.
È molto equilibrato.
Le due donne guardano il ragazzo siculo come "lo sciagurato peccatore ubriacone" cosa che presumo lui volesse nel segreto del suo cuore per spaventarle un po forse per rimanere bambino coccolato.
Così che lo strizzassero di coccole per fargli uscire quell'ultimo litro di birra che gli era entrato appunto nelle orecchie.
Non prima di avere fatto il classico concione in cui mi da lezioni di economia ed inflazione.
Il cinese tace perché lui è lord Mandarino e il denaro si sa è una cosa da poveri.
I british giocano a fare i very upset come se a Manchester gli Hooligans fossero una setta halal.
Io sono molto fiero e compiaciuto.
Io scherzo e rido bonariamente dicendo:
"He is the lord , lord Mandarino is the boss".
E lo stuzzico un po.
Gli chiedo se è vero che i cinesi non reggono l'alcool simulando un contest intercontinentale di ubriachezza molesta perché misteriosamente lord Mandarino beve una birra a gargarozzo al goccio senza dare segni di cedimento alcuno.
Niente da fare.
Lord Mandarino mi crea complessi d'inferiorita' sulla mia razza.
Per contro dall'altra parte del tavolo l'altro riesce nella non facile impresa di perdere l'equilibrio da seduto.
A quel punto mi da la mano e me la tira dicendomi "non c'hai la fozza".
Ma lord Mandarino prima ancora che inizino le danze del vero degrado negli cuore dei boschi elfici francigeni, mi prende per mano invitandomi ad andare via "I' ll tela you later in the car".
Piove.
Lui guida una ioniq elettrica che guida senza battere ciglio mette i pet shop boys all'autoradio.
Il temporale precipita torrenti d'acqua mentre il male dev'esserci perso nelle selve toscane non essendo riuscito a raggiungerci.
Alla faccia delle distopie, Satana abita nel cuore dell' inferno e non usa maps.




giovedì 25 aprile 2024

Etruria

 L'oriente della Luna

a cui tendono le membra

ossa di terre,

stelle morte

nuvole sconvolte

sul colle delle serre

l'antica fortuna

rimembra.

Flauti baccanti

occhi strani

inni sacri

dei piaceri profani.

L'eco di una moto

si spegne sulla collina

il vento porta i canti

la tua ora si avvicina.

L'erba, i riti, i carri.

Il vento soffia

fronde.

Lontano il paradiso

annega nelle onde.

Lampi e cieli

suonano i baccanti

occhi strani

di là della morte

i veli.

sabato 17 febbraio 2024

Realtà

Nel mare è la vita
nel mare è la morte,
le solitudini si incontrano
solo
per ritornare
negli abissi
dalle quali
son sorte.







venerdì 17 novembre 2023

Epilogo

 La luce della luna fredda sui colli faceva da lanterna alle solitudini dei boschi.

La terra emanava un profumo repulsivo.

Si sentiva un sentore di morte, il lumino del santo al crocicchio nel crepuscolo sembrava fare da specchio buio al gelo della Luna.

Non c'erano seconde possibilità, le braccia avvolgenti dell'oscurità si protendevano ad abbracciare le viscere, gli alberi i boschi, gli animali che raspavano nella penombra a formare un sincizio con il lume del santino e ad aprire una porta nel mondo di Ade.

Non c'erano seconde possibilità.

La terra promanava una sensazione come se l'erba dovesse crescerti nelle viscere.

Da lontano un crepuscolo rosato ad occidente faceva l'occhiolino alla vita che moriva infiltrandosi nella terra.

Mi avvicinai al santino e vidi che era una strano santino, una strana statua che sembrava del tutto identica a me.

La luce cinerea della Luna la illuminava.

Vidi che aveva un dito che indicava ad un anfratto.

Provai ad avvicinarmi e vidi che era stretto, sentivo una attrazione.

Entrai nel pertugio illuminandolo con la luce del cellulare e vidi una meridiana sul soffitto.

Entrai in quell'oscurità e persi il senso del tempo, non capivo se procedeva avanti o indietro, c'era uno spazio nero in cui entrai, o meglio, lui entrò in me.

Sentii un senso strano, non di pace, ma neanche di inquietudine vidi la bellezza che sfioriva, vidi i petali dei fiori, solitari che si staccavano per entrare nella terra.

Sentii il mio stomaco avvolto in questa sensazione una umidità che mi permeava.

La luce della torcia del cellulare vagava nel pertugio che si apriva sempre di più.

Sentivo le membra sempre più rigide e a un certo punto cercai con forza di uscire, ma le mie membra diventavano sempre più rigide, mano a mano che mi avvicinavo all'uscita.

Via via che cercavo di uscire la terra mi entrava nelle viscere e mi sembrava di diventare di pietra fino a che mi fermai immobile con la mano con il dito che indicava l'apertura.

Mi resi conto che ero diventato la statua di pietra che avevo visto all'ingresso, guardai la luce fredda della Luna e sentì che l'abisso nero era diventato la mia pelle.

Guardai la caducità e compresi che i fiori si sentivano soli e io avrei dovuto fargli compagnia per l'eternità.

venerdì 27 ottobre 2023

La candela

 Il lenzuolo si stendeva ampio e da esso emergevano le mille forme.

Mille volti e lui li contemplava.

Nel lenzuolo il vento della notte si era infilato e faceva crescere le mille forme i mille volti.

Ogni volto emergeva e poi spariva.

Lui li vedeva mentre era seduto.

Mille volti, uno dopo l'altro, o insieme.

Il suo volto emerse e poi anche il corpo, sotto il lenzuolo la stava accarezzando e le mani da sotto il lenzuolo carezzavano lui.

Era lei che lo amava da sotto il lenzuolo, la sentiva, la carezzava e le sue mani carezzavano lui.

Ma lui prese il lenzuolo e tentò di scoprirla, per vedere che rimaneva più il nulla.

L'aria sotto il lenzuolo fuggì nel vento della notte.

La luce della Luna inseguiva le nubi ed egli le vide.

Il ricordo di lei si specchiava nella Luna.

Anche le altre mille forme erano sparite.

Ciònondimeno era in lui il ricordo.

O fuori di lui?

Già quando aveva lasciato il lenzuolo per terra le mani si protendevano ed altre forme si formavano.

E allora comprese, comprese che doveva dimenticare se voleva ritrovarla.

Mille forme e come avrebbe potuto riconoscerla senza il ricordo?

Un'immagine era il ricordo, o cosa, qualcosa che pulsava nel suo cuore, si diffondeva nelle sue arterie?

O la candela che brillava nella stanza e illuminava le forme? 

Il vento l'aveva portata via e già in un altra stanza si stava alzando la sua forma?

Ma per le colline e per i dirupi c'era solo il silenzioso benestare della notte.

I lupi danzavano e ululavano alla Luna.

Ricordavano anche loro.

E vide il sole in uno scrigno, e il sole si spense.

Sotto di lui le onde del mare si infrangevano nell'oscurità.

Afferrò il demone che giaceva nelle profondità del mare e non colse nulla.

Nella stanza sentì il passo morbido di una donna che soffiò sulla candela e la spense.

La dimenticò.

Solo allora nel buio la riconobbe.


martedì 10 ottobre 2023

La mano

 I filosofi greci arrivarono con Alessandro Magno nell'India.

Vigeva una tale filosofia allora chiamata Buddhismo, i gimnosofisti li chiamavano i greci, perché essi non indossavano vestiti e discutevano nudi della verità e della filosofia.

Amalek il Greco conobbe il Buddha.

''Salve o Ghandarva io vorrei invitarvi all'agorà a dibattere con noi, spero sia di vostro gradimento.''

''Salve o Amalek il tuo nome non è greco eppure tu discetti da filosofo greco?''

Amalek disse:

''O Gandharva ciò che uno è e ciò che uno crede di essere non sono la stessa cosa, vieni a discettare nell'agorà troverai molti uomini contenti di conoscere la tua dottrina, noi siamo greci perché non aderiamo a nulla di particolare, cerchiamo di eviscerare il mondo col potere del Logos''

Il Buddha si recò all'agorà.

Fu invitato a sedere.

Egli sedette alla greca per compiacere l'uditorio, la cosa fu apprezzata, era un uomo elastico evidentemente.

''Salve o Buddha, noi da sempre discettiamo di verità e di origine delle cose mostraci la tua''

Buddha rispose:

''Se tu credi che io conosca la verità ti fai trarre in inganno dalle tue stesse parole, verità è un concetto, nessun concetto è valido nel nirvana, il nirvana è aconcettuale''

''Però è accessibile, questo è il senso della mia filosofia, la verità è inaccessibile, perché è come cercare di entrare in uno specchio, ma se tu lucidi lo specchio, quello è il nirvana''

I filosofi greci tacquero per un momento.

Amalek continuò:

''Parla in greco con noi, ogni lingua è parte del processo di dialogo dunque spetta a te mostrare attraverso una corretta traduzione ciò che intendi esporre e non necessariamente a noi di imparare la tua lingua, la parleremo anche, ma nella agorà si discute in greco''

''Traduci Nirvana''

Il Buddha così tradusse:

''Credo si traduca con libertà se vogliamo rendere la cosa a voi greci''

''Amalek:''Perché dunque dicono che si traduca con estinzione o cessazione del soffio?''

Il Buddha:

''A voi il vento fa paura?''

''A me si'' disse Amalek il greco.

''Capisci il senso di questa paura?'' chiese Buddha.

Amalek:''mai capito il senso di qualsivoglia paura, tantomeno quella del vento''

Il Buddha:''il soffio, l'aria, il vento sono l'intima natura delle cose, neanche l'acqua liquida, ma l'aria mobile e ballerina, le foglie che vanno e vengono il senso di cogliere per un attimo un profumo e perderlo, c'è poesia nel vento ma non c'è stabilità.''

''Un profumo o un fiore dura il tempo che un soffio casuale si introduce nelle tue narici, è tutto casuale eppure nulla lo è, la polvere della morte inquieta l'uomo senza che egli sappia cosa l'inquieta''

Amalek:''io non ho paura della morte e non so neanche cos'è, in verità la mia gente non corre dietro né al vento, né alle paure e tantomeno concede parole al vento, sappiamo anche tacere, ma parliamo agli uomini e abbiamo piacere alla parola''

''Spiega il tuo concetto dunque.''

Il Buddha prese la parola:

''O Amalek io so che voi siete nobili e saggi e che le vostre parole e i vostri silenzi sono pregni della vostra dignità, ascolta le mie parole dunque e giudicale col tuo senso e non con il mio''

''O Amalek credo che l'archè di tutto sia il vuoto, e il mistero dello spazio infinito, credo che molti uomini si ancorino alla terra e che non lascino mai che i loro piedi non tocchino la solida pietra, alcuni più coraggiosi di altri non temono le acque e si spingono in mari lontani e colonizzano isole lontane, la tua gente è coraggiosa e nata fra le acque, ne sente il canto e non teme le nereidi e il loro tocco grazioso''

''O Amalek la vostra gente ha coraggio e naviga fra mari lontani fra ninfe e ciclopi, ma teme l'aria e la luce e affida a Icaro il compito di ammonire gli uomini sulla impossibilità di raggiungere il mondo dell'aria e della luce''

''O Amalek cogli il senso del mio viaggio, cogli l'isola che ho trovato nell'oceano, la ninfa dalla quale tu non vorrai più partire, o mio Ulisse coraggioso''

''Sono partito affrontando tutto ciò che mi spaventava affrontandolo e vivendolo, ho vissuto fame, morte, solitudine, disperazione angoscia e sangue''

''Sono annegato nelle profondità dell'essere fino a scoprire che nel fondo degli oceani, c'era il vento''

''Poi mi sono lasciato trasportare dal vento con paura e trepido amore, ho amato e sono morto come foglia avvizzita''

''Avevo paura, sentivo paura come avrei potuto non sentirla?''

''Provavo dolore, ricordi e campi morti d'inverno, mari gelidi e cuori freddi, ho rifiutato persino le mani che cercavano di cogliermi con pietà, pentendomi per poi scoprire che volevo afferrare il senso e non c'era nulla di cui pentirsi nel mio essere uomo, nel mio volere oltrepassare le colonne d'Ercole e anche nel mio avere paura e voler ritornare nella mia Itaca''

''Ho visto la bellezza di Nausicaa e la dolcezza della  vergogna delle ragazze di fronte a un uomo nudo e naufrago, anche la loro pietà rispettosa, il loro garbo, la dolcezza del loro sguardo rivolto verso il basso per non ferirmi eppure la loro mano tesa, le loro gote rosse, che pure sono la cosa più nobile e dolce che talvolta il mondo pare non avere del tutto dimenticato, io ho rifiutato''

''Nessun vestito indosso io naufrago, come vedi, sono un Ulisse più radicale, ho compreso che era il gioco del gatto col topo, il demone Mara dell'illusione quando sapeva di avermi in pugno rivestiva i suoi demoni di bellezza e garbo, egli sa cosa soffre ogni uomo e credimi più ti distacchi dopo ogni frecciata al tuo cuore e più lui arriva a carezzarti con falsa compassione per lasciarti ancora più nudo e naufrago nella prossima catastrofe, nel prossimo naufragio''

''E' un demone e non bisogna cercare di cogliere la raffinatezza del suo pensiero, egli ti incastra anche così''

''Egli si cura di creare ogni barca di modo che ti salvi dalle acque per farti morire  bruciato, gioca un gioco che è superiore al nostro stesso intelletto''

''O Gandharva parlami del porto e non del vento e delle acque, dimmi come tu o strano Ulisse straniero hai trovato la dimora'' disse Amalek il greco.

''Guarda questa mano'' disse il Buddha, ''l'ho sognata una notte e la guardavo, sognavo il mondo e la sua splendida luce, sognavo di essere tornato nella mia Itaca, di essere con mia moglie e di uccidere i miei nemici che la attentavano''

''Era successo era vero, era ''reale'' eppure sognandolo ho risognato le stesse cose, il cane Argo che è morto, Penelope fedele che mi ha riconosciuto, e tutto questo in virtù di una mano che ha saputo scoccare una freccia e colpire con precisione un bersaglio, io credevo.''

''Ho sognato un sogno strano che mi ha fatto riflettere, questa mano io non ne avevo coscienza nella realtà ed è per questo che è arrivata al bersaglio, nel sogno invece la sentivo e tremava e rischiava di non prenderlo''

''Quando ho tremato il mondo del sogno si è discostato dalla realtà, nella misura in cui non ne ero cosciente e non sapevo se fosse mia la mano, ha tremato''

''Ho capito che nella misura in cui pensavo fosse mia''.

''Il sogno era identico alla realtà, ma io ho sentito i miei pensieri e ho capito il nirvana, il potere è nella mano, e tutto il mondo essa può blandire amare odiare, uccidere e soggiogare, ma solo se la lasci fare.''

''Se tu dici alla tua mano colpisci il bersaglio lei non lo colpirà.''

''E se nemmeno una mano risponde a te, chi sei tu?''

Amalek il greco era stupito di questa rivisitazione dell'Odissea, non si immaginava che lo straniero conoscesse Omero e parlasse così bene la sua lingua.

Era veramente perplesso e si guardò la mano.

Tremava o non tremava?

Non tremava?

Tremava?

Era sua, non sua?

Prevalse la razionalità greca.

''Questa mano sembrerebbe mia o Ghandarva, di tutta onestà io non capisco come tu possa dire che non lo è, e se non lo è di chi dovrebbe essere, spetta a te dirlo e non a me perché io la riconosco come mia, e non ho dubbi dopo aver esaminato la questione.

''O Gandharva dimmi di chi è la mia mano se non è mia?''

Il Buddha prese l'arco e le frecce e le pose in mano ad Amalek.

''Vieni o Amalek, lascia che sia la tua mano a dirtelo''

''Tendi l'arco e la freccia e uccidimi''

''Non voglio'' disse Amalek, ''sono io che parlo che ti dico che non voglio''.

''Fallo se vuoi conoscere la verità''

Amalek era sempre più perplesso.

''Questi stranieri non conoscono il modo in cui si discute nell'Agorà'' ci fu disapprovazione da parte di tutti e un coro unanime di spregio verso questi modi barbari di affrontare la filosofia.

Amalek però ebbe un moto strano e impazzì, dopo che l'agorà rideva e si faceva burle del Buddha lui tese l'arco e lo colpì.

''Straniero se non sei pazzo dimostrami se questo è il nirvana io tutto sono disposto pur di conoscerla e nulla temo, neanche la barbarie del tuo modo di conoscerla.''

Il Buddha sorrise e si accasciò.

Amalek rimase deluso e umiliato di aver ascoltato un folle straniero, nulla gli faceva presagire di aver colto alcunché, eppure l'aveva ucciso.

Aveva obbligato a fare con la sua mano quel che la sua mano non voleva fare e aveva semplicemente dimostrato l'ovvio, la mano era la sua.

La folla era silenziosa, Amalek triste, il dialogo non l'aveva illuminato ma atterrito e anche l'ultima parte era orribile eppure l'aveva affrontata con la sua solida volontà.

Amalek era molto triste.

''Il mio amore per la verità mi ha portato a uccidere un uomo, eppure lo rifarei perché sono fatto così''

Non riusciva a dormire preso dal rimorso.

Pensava nel suo cervello che non doveva impazzire e farsi sedurre dalle parole di un barbaro invasato straniero, che aveva sbagliato, cercava di riportare indietro le lancette del tempo e di non colpire Buddha, di deporre l'arco e deriderlo insieme agli altri greci, cosa voleva insegnare un provinciale a un greco di volontà ferrea e di desiderio di conoscere il vero sopra ogni cosa?

Cosa voleva insegnare che già non fosse stato dibattuto mille volte in un agorà greca?

Non capiva.

Si diede all'ebbrezza del vino chiedendo a Dioniso di salvarlo della sua stessa empietà.

Amalek era solo nel suo letto quando si addormentò e sognò.

Era un legato romano di nome Ponzio Pilato in un villaggio palestinese e un pazzo con le stesse sembianze di quel Buddha già si palesava con quella odiosa ostinazione provinciale con cui questi barbari pretendono di insegnare a noi uomini della civiltà qual è la verità e il senso del mondo.

Gli chiese che cos'era la verità e lui non rispose.

Gli chiese se quella mano era la sua e urlò che era la sua e mai e poi mai avrebbe ripetuto quell'errore con un altro pazzo.

Mai si sarebbe sottoposto allo sgomento di un omicidio gratuito per scoprire il nulla e seguire le follie barbare di un rozzo straniero.

''Fatelo flagellare e liberatelo'' comandò risoluto.

''Questo idiota'' aggiunse.

Ma la folla era in tumulto e lui urlò ''cosa ha fatto di male costui?''

E la folla urlava ''crucifige!crucifige!''

Ossessi pazzi dannati!

Cosa toccava a un uomo razionale del mondo razionale in mezzo a zotici sanguinari!

Era incerto e riviveva il trauma dell'uccisione del pazzo indiano.

Non capiva.

Però era un incubo e fuori dal suo controllo.

Subiva più di tutti la colpa e l'irrazionalità del mondo.

Ma l'imperatore Tiberio non lo avrebbe perdonato del tumulto.

Ordinò di croceffigerlo contro la sua volontà.

Poi ebbe orrore della sua stessa mano e provò a mondarla del sangue con un gesto pubblico.

''Questo sangue non l'ha versato la mia mano, io me ne lavo le mani.''

Quel tale poi dissero che era risorto.

Si risvegliò stranamente felice, liberato di un peso.

Quella mano non la credeva più sua.

Andò a seppellire i resti dell'uomo che aveva ucciso nell'agorà.

E lo vide con suo sommo stupore vivo e vegeto nella posizione della meditazione.

''Hai sognato?'' gli chiese.

''Si'' rispose scosso e tremulo.

''Sei risorto?'' chiese Amalek.

''No, io mi sono accasciato ma tu non hai colpito.''

''Ho finto''

''Ricordi la tua mano Amalek?Quella mano era tua?''

Amalek era scosso e ora non tremava solo la sua mano, tremava tutto avvinto dal terrore.

Il Buddha lo prese gli mise in mano l'arco e lo aiutò a tenderlo da dietro.

''E' tua la mano Amalek?''

''Riesci a tenerla ferma?''

''Ora ricordi Amalek?Ricordi che hai tremato al solo pensiero di uccidermi, ricordi che la mano tremava, che la tua volontà non era tua, che la freccia NON ha centrato il bersaglio.''

''Amalek perdonami ho dovuto scuoterti per destarti, i tuoi ricordi sono ciò che è accaduto?''

Amalek tremava e piangeva ora ricordava che la mano si era mossa.

Si bloccò ritto nel rigore di chi è conscio che il ricordo è solo un pensiero, non la realtà.

''Tu eri preso dall'ossessione della  tua colpa, della tua volontà e della tua mano e del tuo assassinio da non rendere conto che hai tremato e non hai colpito il bersaglio.''

''Cosa sono i tuoi ricordi Amalek?''

''Il passato, il presente o il futuro?''

''O nessuno di questi?''

Amalek ebbe una vertigine.

Diamine la testa gli faceva pensare per passato una roba che era presente e viceversa.

Ebbe una vertigine.

Totale.

Un ebbrezza, un brivido lungo la schiena.

Il sudore lungo il corpo cadeva fradicio ma si quietò.

''Futuro, passato, presente'' disse.

''Non è il futuro, non è il passato, non è il presente, se potessi vederlo, vederlo realmente, non mi sarebbe apparso tale e mai mi apparirà tale''

''Hai sognato?'' gli chiese di nuovo.

Era in una sensazione distorta.

Non capiva più.

E allora capì.

A questo punto rispose:

''No, non ho sognato, non era un sogno''

''Stavo solo cercando di riordinare il tempo e gli oggetti e i soggetti del mondo senza riuscirci.''

''Bene'' rispose il Buddha.

Lui non comprese bene perché ma queste sue mani che non erano sue abbracciarono il Buddha.

''Hai sognato?'' gli chiese nuovamente.

''Ora non più'' rispose lui.

''Mi sono destato dal sogno, dall'incubo''

Il Buddha se ne tornò nella foresta sorridente Amalek impalato fermo.

Il vento che soffiava sotto le stelle solitarie, e il grande universo non faceva più paura.

Non era un flusso il vento ma una ricostruzione notturna, postuma, precedente, presente e futura.

Ogni foglia andava in una direzione diversa e il vento soffiava e lui sorrideva dei sogni dei mortali e della  paura che guidava le foglie tremule che avevano paura del vento.

Era la loro paura a guidarle.

Era la loro paura il vento e il destino.

Un incastro di sogni o cosa?

Ulisse non aveva centrato il bersaglio, solo amava molto sua moglie e aveva creduto di centrarlo.

Lei lo aveva amato e riconosciuto per quello.