mercoledì 23 ottobre 2024

La grande acqua

 Ho sempre pensato che fare lo scrittore implichi di rinunciare alla vita e rimanere ancorati a luoghi solitari come le scogliere di Providence per Howard Philips Lovecraft nonché coltivare una virtù creativa immaginifica che colmi le lacune del grigiore della vita.

Avevo un idea sbagliata, o forse non sono uno scrittore.

Che la vita potesse esplodere in una dimensione creativa lei e dettarmi le pagine di un libro lo ignoravo.

Ma ignoravo e ignoro tutt'ora molte cose.

Stavamo arrivando da Sao Paulo sulla sua compatta ed efficace Chevrolet turbo, io mi ero impigrito dalle ''vacanze'' mentre guidava lei e già solo questo rende l'idea della potenzialità trasformativa della vita.

Mi ritrovavo su un altro continente e per non confondermi troppo guardavo google maps solo a volte , perché ingrandire la mappa e osservare il pallino sul continente sudamericano per me che ero sempre stato in Italia era piuttosto bizzarro e mi lasciava spaesato.

Non è che semplicemente non ero a Torino città natale da me abbandonata e amata, a questo giro ''mi ero allontanato un pò'' ingrandire e vedere il Sudamerica e l'oceano Atlantico del sud era tanto divertente quanto spaesante.

Lei procedeva veloce e decisa per l'autostrada da Sao Paulo a Rio de Janeiro, con una tappa intermedia sempre nello stato di Sao Paulo , un curioso mix di carattere e dolcezza mentre io per una volta mentre viaggiavo con lei non mi abbandonavo al sonno.

A differenza dell'Argentina, il Brasile mi pareva leggermente inquietante e mi teneva desto.

Il paesaggio infatti era ''tropicale cupo'' qualcosa che in effetti il viaggiatore europeo non si attende troppo.

Niente sole, solo nubi basse e nebbie che strisciavano sulle colline verdi del Brasile in rilucenze con una strana luminosità autunnale e lei ironizzava: ''Toscana Brasiliana'' puntando l'accento che diverse volte avevo descritto le colline toscane come sovente cupe e circondate da un alone ultraterreno un pò (molto)funereo.

L'autostrada continuava fra queste colline, forse un pò rovinate anche dagli incendi dove comunque la vegetazione tropicale cresceva su una terra molto rossa, tra un cartellone pubblicitario e cartelloni in cui veniva scritto a caratteri cubitali ''fiscalizacao''(non capivo ancora il portoghese).

Avevo abbandonato le mie insicurezze al letto da cui ero partito tanti anni fa a Torino, avevo rinunciato a essere rassicurato e accettavo che la realtà fosse tanto bella, varia , ondivaga, potente, estrema, stupefacente quanto oggettivamente o soggettivamente poco rassicurante.

Eppure non le avevo del tutto abbandonate.

Ma non ero di certo diventato un cuor di leone, lasciavo che questo film venisse proiettato nei miei occhi, senza rituali di banalizzazione quotidiana, senza routine, senza giustificazioni o autogiustificazioni.

No oggi non sono a lavoro.

Non sto gratificando nessun superego, nessun dovrei essere, sono.

La tappa intermedia era la casa di suo padre.

Morto oramai un  anno e mezzo fa.

Me la voleva mostrare come dispiegamento della sua interiorità nei miei confronti.

Io avevo le mie teorie bizzarre come al solito ed ero convinto che fra quelle colline del Brasile e quelle  toscane dove vivevo ci fosse un tramite e quel tramite fosse la comune natura di quei luoghi con l'aldilà.

Si era diverso dall'Argentina e visto così il Brasile appariva più cupo, ''più toscano''.

La telefonata ''casuale'' che le era partita ''per caso'' e aveva ''per caso'' riavvicinato i nostri destini percorrendo 11000 km dopo che ci eravamo incontrati a Firenze era partita da quella casa di quel lago dello stato di Sao Paulo in Brasile ed era arrivata alle colline delle serre dove correvo in compagnia de ''Los muertos etruscos''.

Dovevo dare un interpretazione, devo dare un interpretazione a tutto e dunque per me il tramite era quello.

Io avevo sempre creduto di essere una sorta di Ermete psicopompo.

Osservavo le colline con le nuvole grigie basse e una pioviggine quasi ''autunnale'' anche se li era primavera,

Via via si fece buio.

Lei aveva il suo fascino coi rayban anche e sopratutto con le nuvole.

Le stringevo la mano.

Abbiamo superato un check in con la sbarra che li in Brasile pare essere cosa abbastanza comune mentre lei guidava disinvolta di qua e di la su delle strade che si sono fatte sterrate.

Siamo scesi.

La Luna è ricomparsa da sopra le nostre teste dopo tanti giorni che pareva scomparsa.

Era crescente ed era inclinata rovesciata rispetto all'Europa.

L'astro illuminava i nostri corpi tenuemente anche se la vicinanza con l'imponente megalopoli di Sao Paulo impediva di apprezzare appieno le costellazioni per via dell'inquinamento luminoso.

La casa era li mentre le luci dei lampioni si riflettevano nel lago buio.

La casa appariva bella anche se ''trascurata''.

''Mio padre era un po loco ha creato una discesa ultraripida al lago, noi ci divertivamo a guardare la gente che tentava di scendere o salire con la macchina e ridevamo dei loro tentativi''.

Fu in effetti una discesa ''particolare'' con una ripidità oggettivamente bizzarra (forse la discesa più ripida che io abbia visto in una strada) in un luogo che non necessitava di quella ripidità in quanto non era montagna.

Suo padre credo non l'avesse fatto solo per ridere, credo fosse una metafora di come la gente affrontasse la vita, la morte e l'amore o di quanta fiducia avessero in se stessi e di come pigiassero l'acceleratore.

Voleva vedere se lasciavano che fosse tutto di un tratto, ripido e immediato, senza rassicurazioni, voleva vedere come se la cavavano con la gravità, la paura, il lago di fronte.

L'universo e il mondo in ogni caso sono troppo vasti per rimanere soli.

Di botto, in maniera improvvisa percorrendo quella discesa.

Scendemmo dall'auto di fronte al fresco del lago di nero di fronte a noi.

Ci baciammo.

''Vieni con me'' disse lei.

C'erano dei kayak, salimmo sopra e cominciammo a remare.

Ci discostammo dalla riva del lago e un freddo incontrò i nostri corpi, io non nego che avevo paura.

Io avevo un unica via di redenzione dalla paura ed era prestare attenzione al suo corpo, alla velocità della sua remata mentre le acque scivolavano tranquille indietro allontanandoci dalla terraferma.

Voleva mostrarmi qualcosa anche se in modo non verbale.

In precedenza mentre correvamo assieme lei aveva saltato un fossato ed era rimasta aldilà dell'acqua mentre la riva era fangosa.

O meglio io ero rimasto aldiqua attendendo che lei tornasse indietro.

Quell'episodio ci aveva colpito.

Io non avevo saltato perché il fango mi pareva troppo.

Lei era tornata indietro.

L'acqua sembrava un elemento con cui lei aveva familiarità e io no.

Ora l'obbiettivo sembrava attraversare quell'acqua.

Attraversarla assieme.

Così al buio mi faceva paura.

Era nera, era panicogena e in un certo senso era naturale che lo fosse, ma anche no.

Immergersi nel lago, brividi lungo la schiena, quel lago, ma era davvero solo paura, o non sapevo riconoscere le mie emozioni?

Sentivo che quell'acqua era una sorta di tramite, che se avessimo proceduto assieme avremo avuto una sorta di chance di immortalità.

Quella per me era una sorta di barca iniziatica in un Nilo dove noi stavamo preparando noi stessi per l'immortalità, per l'attraversamento della porta della morte thanathos, attraverso eros, entrambi personificati dall'elemento acqua.

Quanto si dovrebbe abbandonarsi alla ''potenza'' della ''paura'' per ritornare ad essere vivi, perché forse appunto, non è paura, è ''potenza'' aldilà dell'impotenza apparente delle circostanze della vita, della riva.

E tu hai paura e ti lasci incantare dal suono dei musici e dei poeti che rimangono sulla spiaggia, che suonano le loro cornamuse mentre intonano canti ai navigatori che arrivarono tanto tempo fa dall'acqua o che tanto tempo fa partirono alla conquista di nuovi mondi.

Sciocchi.

La vita trasborda come onde nei loro cuori se solo la riconoscessero, ma loro credono sia paura, e si radicano ancora più a terra.

La sulla riva come dei Lovecraft inutilmente attaccati al concetto razionale di paura ''europeo''  si concepiscono racconti dell'orrore senza comprendere che solo sulla riva è paura, dopo diventa ''potenza'' oh come si attraversa l'impotenza della vita, gli scogli maledetti sono solo la riva.

Dalla riva pare tutto impossibile, ci si può abbandonare a vene narrative poetiche o prosaiche e stop, mica si può vivere, si può al massimo innalzare canti al sinistro terrore dell'acqua e odi ai popoli che indomiti l'hanno attraversata e i cui discendenti vivono sulle rive.

Celebrare il fatto che i loro discendenti dopotutto hanno abitato sulla tua sponda e che tu in fondo anche aldilà dell'oceano sei ancora sulla tua sponda.

Dopotutto tu cosa ricordi della tua nascita se non onde?

Adesso ricordo quel sogno...

Avevo 3 anni quando sentivo di attraversare quelle onde azzurre e le sognavo mentre con una potenza non adusa a un bambino sognavo di attraversarle con una velocità a dirla tutta inspiegabile come se appunto fossi IO la nave, l'aereo anfibio che le fendeva a velocità folle e adesso il cuore mi sobbalza a quei ricordi perduti.

Morte o nascita?

Un oceano l'abbiamo attraversato tutti e dovremmo ricordarcelo, è inutile ricordare Cristoforo Colombo, tutti veniamo dalla grande acqua.

Non credo che l'acqua significhi solo morte.

Dipende la tua attitudine a buttartici dentro per raggiungere qualcun altro, a dimostrazione che l'ami davvero, a lasciarti circondare da quell'elemento.

E' morte solo vista dalla riva, è nascita per chi attraversa quelle onde, nessun utero, nessuna riva, nessuna certezza, sarà mai sufficientemente rassicurante a vincolarci per sempre alle sue false rassicurazioni, alla finzione di quell'angoscia che in realtà è quella potenza che hai sempre sentito mancarti.

Nel lago li vicino purtroppo suo padre era morto in un incidente aereo.

A un certo punto, al centro del lago lei ha percepito la mia inquietudine.

L'ha affrontata nel suo modo consueto naturale.

Ho respirato, ho smesso per un pò di avere paura di tutto ciò che mi circondava per guardarlo meglio.

La casa era di fronte al di sopra, l'acqua tranquilla nera rifletteva quieta le stelle.

Lei mi disse :''l'acqua è amica, prova a metterci dentro i piedi, nuotiamo qui, buttiamoci dai, è tiepida''.

''No per piacere, non qui, ti voglio seguire, ma sarebbe stupido dirti che non ho paura''.

Io mi limitai a metterci solo i piedi appunto.

Potevo buttarmici dentro?

Li nel centro del lago?

Mi è mancato il coraggio.

Tutto razionalmente appariva incoerente, che ci facevo li in un lago di notte in Brasile?

Ma la razionalità serve a poco.

Ma per il momento ammetto che io me ne servivo ancora per calmare quella paura.

Quella paura così potente di ''annegare'' di ''andare oltre'' che a quel punto poteva diventare un moto di passione dirompente, libido.

''Avviciniamoci a riva se vuoi che nuotiamo, qui non me la sento''

Niente annegamento, niente acqua profonda.

Optai per stare con lei verso riva.

Li ci buttammo.

Nuotammo nelle acque nere di quel lago, nuotammo per dieci minuti buoni.

E venti minuti non sono l'eternità.

Ci eravamo bagnati assieme.

Non l'avevamo di nuovo attraversata anche se ci eravamo bagnati assieme.

Lei non amava le rive, non amava la terra, nemmeno le barche, non era il tipo di donna che posa cretina su una barca di qualche ricco deficiente, lei dalle barche si buttava per nuotare e cosa ancora migliore per nuotare con me, ma la paura non è uno scherzo e sebbene io fossi determinato a seguirla ovunque fui costretto a pregarla di desistere di nuotare ''lì'' al limitare della profondità nera, dove si poteva toccare.

I nostri corpi si incontrarono, ma in acque superficiali, pulite e superficiali, mentre io tenevo a bada la mia paura.

La paura di nuotare, dell'acqua nera porta i corpi a incontrarsi solo in parte.

Spero di aver sentito che la paura è forza, è potenza, che l'angoscia è potenza, che la paura del vuoto è la forza dell'ala dell'uccello che sta imparando a volare.

Non è uno scherzo l'amore, non è uno scherzo il sesso, se Dio ci ha dato un modo per essere dall'altra parte, è scontato che bisogna essere forti per attraversare quell'acqua, ed è scontato che quell'acqua in realtà fa paura, tanta e forte.

A un certo punto le dissi: proviamo a nuotare più in là.

Nuotammo, lei come sirena non era male, io bho.

A un certo punto temevo realmente di affogare quando di punto in bianco una luce squarcio' l'oscurità, ho creduto fosse un angelo o un rapimento alieno che ci puntava la luce in faccia, invece era una barca, un gommone e sopra chi c'era?

Fui incredulo per la natura onirica della visione: era Peyrani sul gommone.

Aveva una birra in mano, la solita steninger.

Lo osservammo increduli, si stava ubriacando con una cerveja in mano, era proprio lui.

Credevo di vedere Dio e l'aldilà e invece vedemmo Peyrani.

Io gridai:

Lo hai visto?

Lei disse: " i tuoi amici hanno la cerveja sulle spalle".

"Ma questo è Igarata o il lago di Arona?"

Come una visione mistica mentre urlavo : "lo avete visto!" il peyrani borracho si allontanava ubriaco sul gommone ridendo loco mentre il gommone girava a vuoto.

Forse io cercavo di comprendere la vita ma Dio mi metteva alla prova con queste visioni, eppure adesso lei mi era testimone il mio amico Peyrani borracho era pure sul lago di Igarata che lei mi disse in lingua locale significa "canoa dell'ubriacone".

Più tardi a Rio sulla spiaggia a 800 km di distanza sull'oceano australe mi bagnai io solo mentre lei mi guardava dalla spiaggia, sentivo che nell'Atlantico suadente del sud c'era un freddo e una nebbia diversa che non c'entrava con la morte, ma c'entrava con la vita, con la natura geografica dei continenti.

La Luna ci osservava da sopra mentre abbracciavo il suo corpo una volta sulla spiaggia io sotto lei sopra, i dos Hirmaos cime bizzarre inargentate dalla luce bianca erano la firma di Dio sul golfo, laddove le luci delle favelas disperate rincorrono le stelle.

Vedevo l'effetto della nebbiolina sulla sua pelle, le faceva venire la pelle d'oca, le nebbie si muovevano dolcemente dalle onde che si infrangevano sulla spiaggia trasvolando vicino alla Luna correndo per il cielo notturno dall'oceano a noi.

Surreale potente suadente dolce e talora inquietante.

Notte tropicale dolce quando al riparo degli alberi frondosi  i lampioni si fanno piccoli per lasciare il cielo alla Luna che osserva benevola e officia i riti della vita.

Lei aveva tornato a tenerci per mano, in fondo forse non è successo solo a noi, certo siamo dei privilegiati, ma la Luna ha vigilato il rituale della vita nella volta dell'eternità, e confido nella sua dolcezza e pazienza.

Confido nella sua pazienza e nella possibilità di gettare i petali dei fiori una nuova volta oltre l'oceano, in quelle spiagge aldilà mentre gli alberi frondosi riposano tranquilli e inquieti accarezzati dal tepore della spiaggia e dalle brezze fredde dell'oceano.

La morte è soltanto una riva che ci divide, se non nuotiamo assieme, no l'acqua è vita.

L'esistenza umana è una questione di prospettive.

L'acqua è la grande realtà, ma dipende come la si guarda.

Quell'acqua è vita vista da dentro, se ci entri dentro, se la attraversi.

Oramai il viaggio era giunto alla fine.

Sentivo che quelle nebbie atlantiche sebbene in Brasile erano già Europa e di lì a pochi giorni infatti sarei dovuto tornare sulla ''mia riva'' nelle terre aldiquà, della razionalità, delle certezze, delle paure, delle routine, molto aldilà dell'amore, molto aldilà delle terre del paradiso dove la pelle non si accappona per il freddo ma per altre emozioni, lontano probabilmente anche da Dio, e dal volto vero della Luna.

Ancora una volta divisi, non più un fossato fangoso, ma l'Atlantico immenso, eppure tu l'hai già attraversato, eppure mi aspetti, e quando ritornerò su una riva sarà solo per la promessa di un nuovo incontro, non per sognare da solo e cantare da poeta ai limiti dell'ignoto, ma per attraversarlo con te.

In verità la terra non ti piace e ti fa paura il timore di un passo sbagliato, ma nell'acqua no.

In verità è la terra a essere morte e l'acqua sorride a chi gli volta le spalle e vive immergendosi dentro.

giovedì 22 agosto 2024

La valle arida del presente

 La pioggia scivolava, lontano, molto lontano, di là dei deserti e degli oceani così lontana da potere essere raggiungibile solo tramite il ponte della memoria, e l'occhio azzurro del cielo lasciava il rubino del sole a chiudersi nel suo solipsismo luminoso, quasi che in fondo il sole avesse paura di essere rubato da una mano cosmica nell'abisso di tenebra chiamato universo.

Egli si concedeva di splendere per 12 ore per poi correre a nascondersi nella notte.

Egli scappava nella notte, perché temeva l'immensità dell'universo, e che da essa ne emergesse una mano a imprigionare la sua bellezza libera e a ridurlo a un un triste canarino giallo in gabbia a cantare la sua luce per chissà quali altri occhi, odiosamente più gelosi dei nostri.

Il rubino del sole incastonava la mano rinsecchita e vecchia della valle gialla, instupidita dalla calura.

Immobile.

Un vero spreco per certi versi che l'acqua che era scorsa in codesta valle in tempi molto arcaici ora dovesse essere solo più nelle nuvole dei ricordi, abbacinate dal sole e tiranneggiate dal vento volubile che li deformava.

I ricordi come le nuvole durano un attimo e poi diciamolo non esiste un ricordo uguale ad un altro.

Sarà questa cosa che noi chiamiamo presente?

Ma poi noi chi?

Io so solo di essere io solo che  camminavo scalzo e solo nella valle deserta e solitaria.

E più cercavo lo spirito di Allah e di Buddha o di Cristo o degli dei etruschi, e più sentivo semplicemente che lì in quella terra terribile violenta sulfurea e infuocata viveva nascosto nei milioni di anni lo spirito della pioggia. 

Io camminavo scalzo in questa valle sui ricordi della pioggia, dell'acqua che era scorsa chissà quanto tempo fa.

Lasciavo che la radiazione gialla anestetizzasse la malinconia di non essersi potuto più permettere una sana malinconia.

Solo depressione o ansia, che in realtà sono solo canti di guerra incompresi.

Mi inginocchiai verso la Mecca e pregai che tornasse l'acqua sulla valle ma nessuno rispose.

Pregai Cristo ed Odino.

Pregai tutti e pregai nessuno.

Dissi basta.

Cominciai a carezzare la terra riarsa, concessi al suolo riarso le mie dolci carezze.

Colui che riceve solo sputi dei naufraghi solitari e il paranoico solipsismo del sole bollente, io lo accarezzai stupidamente.

Lo accarezzai coi miei piedi.

E con le mie mani.

Lo baciai.

Riuscì persino a piangere.

Quella fu la prima acqua che quella valle vedeva da millenni.

Me ne fu grata.

E parlò alla pietra del mio cuore facendogli ricordare che cos'era veramente l'acqua.

Me ne andai sollevato.

Non ero profeta di dei e nemmeno portavo croci impensabili o ero un mostro dell'inferno.

Ero solo un ragazzo carino dai begli occhi.

Aceto

 I raggi del tempo

splendono

dall'istante.

Per sempre

si irradiano,

prima, dopo

o durante.

Camminano

lungo il sole.

Foglie umane

lasciano ombre

di eternità.

I cuori dei bambini

ricordano

la vita,

l'origine.

Scivolano via

le tue ombre sacre

con la cosiddetta

maturità.

Nel calore di agosto

papaveri rossi

e fantaasmi

urlano di dolore

nelle RSA.

Oltre il mosto

c'è il vino,

oltre il vino

solo aceto.

Butta via

queste anime vecchie

e acide

dal cattivo odore

del tutto insano.

Rancido vecchio peto.

Un uomo buono

non gradisce il male

finanche umano,

questo si noterà.

Tu lascia che le stelle

prendano discepoli

nel gracidare

delle rane.

Nella pozzanghera

e non nel mare.

Limpidi neri

occhi specchi

saltano su

orbite lontane.

Apri bene gli orecchi:

la vita è venuta 

su questa scoglio

miliardi di anni fa.

Se tu trattieni 

l'onda

è solo un peccato

di orgoglio

nell'oceano

dell'eternità.

sabato 10 agosto 2024

I cavalieri dei colori dell'apocalisse

 Capita talvolta che io debba confezionare un racconto come un sarto che voglia regalare un bel vestito.

Non tutta l'umanità ha la stessa taglia, e un buon sarto ha a cura della comodità pù che dell'estetica.

C'erano un epoca, un epoca in cui il mondo era ancora a colori, e un epoca nuova, in cui il mondo era diventato bianco e nero.

Come un'involuzione strana, laddove il mago della tecnica aveva ingoiato nelle sue viscere di fotodiodi, di valvole termoioniche, e poi di silicio i colori del mondo per privare i cuori e gli occhi della gioia del colore.

Era venuto Carlo Marx dalla Germania, terra di dei e demoni oscuri e di tramonti rosseggianti dei colori del povero Munch e aveva visto nel ''nuovo capitalismo'' semplicemente l'angoscia del sole morente e del Ragnarock in cui un Wotan proletario avrebbe dato fuoco al walhalla degli dei dalle tasche piene.

Poeta che non sapeva di essere tale aveva consegnato al mondo all'illusione di un salvatore norreno dai nomi moderneggianti e dai tratti apparentemente simili al Nazareno.

Non era un ebreo forse, dicevano i piccolo borghesi con le svastiche?

Savi di Sion?

O Savi di Wotan?

Mago Merlino delle technae?

Dresda  ardenda est.

La legge del fuoco è semplicemente che è rosso.

Pazienza.

I poeti e gli astratti sono una razza incompresa, innanzitutto da sé medesima.

Figurarsi dagli altri.

Dicevo che c'era un epoca e un mondo, che prima che il mago delle terre delle nebbie delle isole britanniche decidesse di vendicarsi dei colori del mondo rubandolo nella voragine della tecnica.

Oh se era cattivo?

No non era nient'affatto cattivo.

Viveva fianco a fianco delle pecore, sopra l'erba verde e sentiva respirare l'oceano, mentre dal calore rassicurante rosso del focolare emergevano intuizioni.

La legge della macchina a vapore è un regalo della nebbia dell'oceano.

Dalle scogliere si insinuava nelle isole benedette del buon Shakespeare.

Ma c'era una strega vestita di bianco, povera e miserabile che aveva deciso che l'umanità si sarebbe ammalata dell'anemia visiva del perdere la visione dei colori.

Ella era la ragazza del fiume.

Una creatura ch'io vidi tanto tempo fa in un vecchio incubo.

La ragazza del fiume era un brutto essere e vive ancora ed ella è, e sarà, e nessuno, nemmeno sa che esiste ancora.

Lei come tanti altri aveva colto il problema dei numeri.

Lo faceva in modo naturale.

Vagava, sotto i ponti, mentre sopra l'umanità camminava di fretta.

Sapeva che il potere dei passi era

il numero.

La tecnica spirava nebbia insieme a nero fumo dalle fiamme rosse di un inferno sempre più nascosto nelle viscere del mostro di piombo e acciaio.

Rivoluzione industriale.

In tanti hanno creduto nel potere della macchina, abbarbicati alla visione del pupazzo quando tramite i numeri ella tirava le fila del nuovo demone.

Ipnotizzava gli occhi umani di diversi colori nel demone danzante di colore grigio.

Erano grigi gli occhi della ragazza del fiume, neri i suoi capelli, bianchi i suoi piedi.

Per vendicarsi dei colori, gelosa del bel colore degli occhi dei ragazzi del mondo li aveva ipnotizzati al cemento grigio, all'acciaio etereo, e ringrazia il vetro con cui almeno nei grattacieli il cielo poteva specchiarsi per potersi asciugare le lacrime.

Per vendicarsi dei capelli castani, degli occhi verdi, dei capelli rossi, delle carni delle passioni che avessero un colore aveva condannato il mondo alla grande ipnosi.

Dall'occidente all'oriente, la strega, oh se non lo era lei..

Aveva annegato i colori nel bianco e nel nero.

Il primo schermo in bianco e nero.

Le rassicuranti prediche di Pasolini e l'apparente innocenza del carosello.

I programmi per i bambini.

Le lacrime.

I cavi.

I tubi che pompavano nel suo cuore linfa vitale di colore nel suo sangue grigio dove i suoi globuli grigi tentavano di scaldarsi con le lacrime di sangue dei poveri.

La loro vergogna livida blu.

Con quali soldi ti comprerò un fiore?

O mio sciocco narciso ma se essi crescono sui bordi delle autostrade e persino i gatti ne vedono le sfumature.

All'umanità è sfuggito di mano il colore.

Guardi l'erba verde e non è più verde.

Ma su un tablet coreano è verde, ancora verde l'erba.

Ma tu non ci saresti arrivato che era la strega del colore lei?

E l'umanità era in un inferno non tanto di macchine, ma di numeri.

Se c'è un qualcosa a cui si contrappone il numero, quello è il colore.

Digitalmente parlando tornerebbe comodo dare la colpa ad uno smartphone sopratutto nel 2024 dopo le varie sciocchezze blackmirror di quei complessati d'Albione.

I'm not sorry.

E' semplicemente qualcosa che si confà al mio livello.

Sono mago anch'io e conosco le leggi dei numeri e dei colori, e le macchine hanno poco gioco, sono il burattino, il burattino tirato dai numeri contro cui la folla ignorante, la plebe sciocca,superstiziosa e ignorante si prostra o getta pietre.

E vorrei poter dire qualcosa di buono del cuore di costei, perché in fondo, si al di là della sua sofferenza forse era davvero buona anche lei.

Non esistono i cattivi nelle mie storie, esistono le lacrime degli illusi contenti di illudersi, i tentacoli dei numeri, le piovre dall'abisso dello zero, le mani che digitano su una tastiera i colori degli occhi.

Nelle sue viscere, nei suoi globuli grigi, nel mare della sua tecnica, i colori vivono e vivono splendenti del Walhalla che Wotan Marx proletario aveva fallito nel bruciare a Berlino (piantando una bandiera che casualmente era rossa).

I cuori che dinanzi alle sirene digitali si incontrano.

E danzano.

La tecnologia è un estensione della magia.

E da a quei pochi che hanno ancora occhi colorati la possibilità di sognare a occhi aperti a colori.

Pomba Gira, Erzulie, la Venere di Milo, l'azzurro mistico del mare Egeo, la bellezza di Venere cui Paride aveva porto il pomo in ginocchio in verità esisteva ancora nelle viscere della tecnica grigia.

Tra hotspot wi fi e connessioni traballanti non si fa poi molto diverso che davanti a una candela, un pò del proprio sangue rosso e un sigillo.

Ma gli sciocchi, gli sciocchi sono sempre esistiti.

E anche gli zombie, i poveri corpi le cui anime sono imprigionate nelle bottiglie di rum esistono, oh se esistono, i morti viventi..

Te lo deve dire un mago che il potere vero sta nell'illusione?

E che lo sciocco è sciocco, e che può essere anche solo un app anziché una bottiglia, ma il principio è lo stesso , nomi numeri e dei.

Gli zombie non sono una novità , ma tu per questo non li devi odiare.

Lascia stare il pupazzo dello smartphone guarda i fili del numero.

Idiota, come te lo devo dire, che sono un mago anch'io e non mi arrabbio con le marionette né tanto meno gli do colpe o gli tiro pietre.

Lascia stare lo smartphone.

Quello è solo il pupazzo di mangiafuoco o mio ignorante pinocchio che si è rifiutato di cibarsi dell'abbecedario, della cabala, e di altre storie di nomi numeri e dei.

Sei sempre il solito asino.

Dicevi di spegnere la tv già negli anni 90 quando ancora la fatiscente delle disgustose gallerie d'arte di un Picasso mediocre venivano surclassate dal bel culo di una modella della pubblicità di un martini.

Figurati ora che possono dire costoro:i ciechi dell'IA,(che è solo l'ennesima marionetta).

Anziché guardare sorridenti a un grattacielo specchio del cielo, o alle lacrime della pioggia mentre l'aeroporto pulsa e invermiglia le viscere piene di ricordi delle pozzanghere loro credono alla mascherata del potere e dei numeri.

Numeri.

Numeri.

Numeri.

Maschere.

Vedono il mondo in bianco e nero.

Amministratore delegato.

Impiegato.

Megadirettore.

Stipendi a 6 cifre.

E io che coi numeri ho lottato e ho perso, ti dico, lascia i numeri a chi li conosce.

Agli dei e alle dee che ti vogliano rivelare un qualcosa o rubarti gli ultimi istanti di vita mentre deliri in mezzo al colera.

Anche il fuoco di Hiroshima era numero.

Sopratutto il fuoco di Hiroshima era numero.

E al più grande poeta di tutti, quello dell'oriente fu per lui per primo concesso di vedere tanti colori e tutti assieme.

Un dono e non come viene creduto una disgrazia.

Il monito di San Giovanni di Patmos si stende dall'azzurro del mediterraneo a tutta l'oscura notte dell'eternità.

La bestia il cui numero è 666.

Non ti soffermare su ognuno di questi riferimenti di numeri, o amico figlio dei greci.

Se l'umanità, sopratutto i poveri, che sono coloro che sanno danzare meglio fra i colori, saranno condannati dalla ragazza del fiume a vedere il mondo in bianco e nero, a credere alle favole bianche e nere del potere, il cavallo dell'angelo e la tromba squillerà, nel numero e per il numero i colori del mondo esploderanno ai loro occhi increduli di tanta bellezza.

La chiamano ingiustamente ''esplosione nucleare''.

Non hanno mai reso grazie a chi gli era superiore.

Io amo i colori, e saprò godere, di essa.

Una soave brezza colorata soffierà s tutte le iridi delle viscere meravigliose delle sephiroth della materia sugli occhi grigi di chi crede alle favole degli amministratori delegati, dei conti in rosso e dei profitti in verde o azzurro.

Non so nemmeno se questo potere così impressionante potrà finalmente guarire i loro occhi disgustosamente malati del bianco e nero del potere.

Che l'angelo della morte non abbia pietà di codesti dannati, il loro numero è quello delle stelle del cielo ed essi cadranno con la coda del drago nell'abisso previsto da Dio padre onnipotente prima che la sabbia del deserto iniziasse a contare i secoli.

Io sorrido guardò le onde nelle pozzanghere mentre attendo che l'atomo si scinda e brilli con la stessa splendida simmetria.

E' da quando sono bambino che disprezzo l'uomo e le sue fetide leggi, i suoi fetidi numeri ( che non sono quelli VERI DI DIO) e contemplo le gocce di pioggia che intersecano le loro rifrangenze.

Nulla sarà di più se non quello, e tutti i colori degli occhi del mondo in un solo istante.

mercoledì 31 luglio 2024

Il 9 e la radice quadrata

C'è una leggenda che se racconti un racconto prima di scrivere un racconto non sarà  un buon racconto.
Io ho un gran senso del dovere e devo rendere onore alle mie idee.
C'era un poveretto.
Un numero disgraziato che si era contagiato dei mali del mondo.
Durante la crisi del 29 si era buttato dal 9 piano.
Per un pò si riprese con il new Deal di Roosvelt.
Nel 1939 già di nuovo era scoppiata la seconda guerra mondiale.
Il sistema periodico decimale non dava tregua al 9.
Settembre.
Che cazzo vuole Settembre?
L'11?
Alle 9 un Boeing si schianta contro una torre alta 409 metri.
Non sapeva il nove che la legge delle torri è che crollano più che altro per essere ricostruite.
Orgie di 9 saturi di incertezze convinti di portare in sé il peso di un esistenza e la saggezza di una gioia in un mondo di disgrazie.
Convinti male, saccenti, insipienti, prepotenti e giganti a tal punto di dover crollare ai piedi di uno zero.
10.
La grandezza dello zero, e di accogliere nel suo nulla rielaborante le macerie della serie precedente.
Venne un giorno in cui un 9 pallido andò a pretendere di essere il senso delle cose, la saggezza del saper cogliere il fiore che sfiorisce.
Il 9 ha un dramma.
Come un Ronaldo sfinito non dal doping ma dal fatto di essere un numero 9 che sta a ciondolare sulle scalette di un mondiale perso contro lo zero francese.
Almeno avesse in sé la bontà del 2.
Il numero stabile.
La pretesa nasce già dal 3 che dice di essere un numero perfetto.
Ma se tu lo moltiplichi per se stesso vai verso la disgrazia.
Un giorno si da il caso che un nove si innamorò di una radice quadrata.
Non lo sapeva neanche perché si era presa di quello scempio che riduceva tutto alla propria origine.
Disse la radice quadrata al 9:
Mi fissi gli occhi senza motivo.
Lei le disse: c'è un motivo.
Lei pretese saggezza la dove c'era solo impotenza e gli disse che lui non sapeva vivere nel presente.
Le radici quadrate sono testarde.
Vanno sempre a controllare dove parti per capire dove arrivi, non credono.
Forti della potenza del due, esse comprendono che nessun 3 potrà mai essere felice anche se dice di esserlo.
Il triangolo no cantava Renato Zero.
Se ci sono 1 donna e 2 uomini non può finire bene.
E neanche il contrario.
Tantomeno un nove che eleva al quadrato la sua radice di instabilità
Ogni tre andrà ridotto a due.
E quell'1 tagliato fuori soffrirà.
La grandezza dell'uno è che a furia di resistere e sussistere nella sua unicità troverà la sua metà e diventerà 2.
Ma il nove?
La radice quadrata era stata fatta passare per tonda e non tollerava l'imperfezione del 9.
Gli fece presente quel che andava fatto presente.
Il 9 gli crollò addosso dandogli dello zero.
Era semplicemente il suo dono.
La radice quadrata divenne un fenomeno: un numero 10.


lunedì 22 luglio 2024

La regina schiava greca dai capelli neri lisci

 O Aronne, o Mosè....

Perché mentite sempre...

Vostra madre vi negò il seno, l'Egitto vi ha accolto.

E il torto originale è stato camuffato da califfato.

...

C'era una Regina famosa in tutta la storia, una greca tolemaica dai capelli neri corvini e lisci prestata a un luogo così tropicale da mettere a dura prova non solo il tuo intestino, ma la tua fede nel Logos, nel pi greco, nel polemos, e nella falange.

Quando Alessandro incontrò l'Egitto iniziò il dramma...

Tanto lo incendiò l'araba fenice che aveva conosciuto in Egitto che finì per inseguirla in Oriente in un lungo raggio di sterminio e conquista verso l'oriente che terminò in una febbricitante malaria mentre ancora tentava di afferrare l'incandescente uccello nei cieli.

Il logos dei greci non è testato per i climi estremi, rischiano sul serio di bruciare tutto.

Polemizzarono pure con i buddhisti trovati in India chiamandoli bruciati e non illuminati (i gimnosofisti, praticamente dei pannelli solari della Sophia), ma il Logos non comprende a  determinate temperature si va oltre il caldo e il freddo e pare che effettivamente si possano avere illuminazioni.

Al  ritorno dalla spedizione in Oriente si spartirono quello che rimaneva della strafexpedition nei confronti dell'araba fenice che aveva seminato dolore e morte agli sfortunati civilizzati Signori della Persia.

Gli uccelli solari sono quanto di più bello abbia creato la mitologia.

Anche di più bruciante.

E anche i Persiani che sono Signori  passano oltre le funeste ire greche (ingiustamente ancora oggi i supponenti dall'occidente li pretendono barbari).

Hanno saputo perdonare i greci regalando un Saoshyant al funesto Logos greco.

Si chiamava Cristo.

...

C'era una regina famosa in tutta la storia.

Le regine a volte sanno avere il garbo di darsi la morte da sé, senza concedere la testa al popolo.

Perché è una testa molto pensante, una testa che vorrebbe capire quello che veramente il popolo pensa.

Tale regina greca, dai capelli neri corvini e dai piedi lunghi, procedeva disorientata allucinata e sfatta da una dimensione che le sfuggiva.

Discendente dei tolomei provava grazia ancora in molte cose legate al Logos.

Dicono che costei fosse devota più all'Amore che al Logos.

E dicono bene.

Perché sono fedeli a ciò che Lei ha dettato in punto di morte al visir.

Aveva chiesto, molte volte, troppe volte, ai sacerdoti egizi di spiegare quelle formule.

Aveva tentato di comprendere il suo popolo.

Era una greca in mezzo a degli alieni.

I suoi sudditi dai crani oblunghi la servivano e la ubbidivano con solerzia e amore.

Oh se La amavano...

Era la grazia e lo zucchero più fino dalla Nubia fino al Mediterraneo.

Si poteva non amarla?

Ma le cose ovviamente andavano male, molto male.

Lei faceva domande in greco, si sforzava di comprendere, ma i nomi veri, i nomi che le avrebbero dato la possibilità di comprendere come quei monoliti erano stati sollevati, le venivano negati dal popolo dei crani oblunghi alieni.

Non aveva né i nomi né i numeri per potere ardire il senso.

E i sapienti avevano scelto la malaugurata disgrazia del silenzio.

Tutta questa gioviale perifrasi per dire che quando un regno finisce sotto i piedi di una donna è alla frutta.

Per la semplice ragione che piedi o testa, se non capisci non puoi governare niente.

Nemmeno te stessa.

Lei tuttavia non aveva molta intenzione di continuare su questa strada.

Non era una stupida testarda Maria Antonietta, una rincoglionita fatta bella dall'aver perso una testa che sopra quel collo era un ornamento e nulla più.

Il  popolo della regina greca non nominava il vero nome degli dei, gli Elohim che avevano potuto quello che nemmeno ai cinesi con la Grande Muraglia era successo.

Il suo popolo non era il suo popolo.

La amavano silenziosi e teneri cercando di coccolarla il più possibile, tutti.

Persino le donne sorridevano rispettose e in silenzio e chinavano il capo anche loro.

Nemmeno con loro gli riusciva di strapparle quei nomi antichi.

A un certo punto pensò veramente che non se ne veniva fuori se non con un pò di teatro.

Lei era greca, dai capelli neri e lisci.

Oramai era una regina schiava.

E lo aveva capito, proprio scema non era.

Ingollò lei a un certo punto.

Purtroppo chinò la testa e fece finta di nulla di fronte all'impellente esigenza del suo Logos di conoscere i nomi degli Dei e delle parole, e dei numeri, e di altre astrazioni che avrebbero concesso a Lei la grazia della conoscenza.

Era una  Schiava greca camuffata da Regina.

Così un giorno ingollò e disse al visir di scrivere:

''Si tolse la vita per amore di Marco Antonio''

Non che non fosse vero.

Non che non lo amasse.

Ma la storia, anche una schiava greca ha cura di dettarla ad alta voce di modo che non rimanga nell'ambiguo.

Si chiamava Cleopatra.

Una volta morta, gli uomini dai crani oblunghi la presero e la portarono finalmente a conoscere i nomi e gli Dei e Le spiegarono TUTTO.

Ma questo nessuno lo ha mai dettato ad alta voce.

sabato 20 luglio 2024

Neve

 La neve si spargeva

larga sui fiori,

dei miei ricordi

eterni

primi amori.

Lucida neve 

nordici fiordi,

carezza lieve

sui tuoi capelli

lisci neri.

Occhi sinceri.

Nel basso

tu sorridi.

Chissà dove sei?

Ho lasciato

la tua mano,

non sono più tra i vivi.