lunedì 31 ottobre 2022

Luna

 E la Luna si specchiò nel mio cuore

vidi il tuo volto.

Come sassi negli stagni

le nostre vite.

Smettila di piangere.

torneranno cheti.

sabato 29 ottobre 2022

Giger e i Pilastri della creazione

 

Questa immagine è stata recentemente scattata dal telescopio James Webb, è un' immagine della nebulosa dell'Aquila distante 6500 anni luce ingrandita in un dettaglio molto particolare noto come ''pilastri della creazione'', curiosa la somiglianza con il ''Wreck'' ovvero ''naufragio'', opera dell'artista svizzero Hans Ruedi Giger.
Quest'opera è stata creata dall'artista come immagine della ''astronave naufragata'' dove l'equipaggio ''Nostromo'' troverà la creatura aliena nel film di Ridley Scott ''Alien''.
Ai tempi né il telescopio Hubble che nel 1994 ha per la prima volta ingrandito quel dettaglio, né il telescopio James Webb esistevano e l'artista non poteva averla vista il film è del 1979.
Giger probabilmente il più grande artista del ventesimo secolo.

Foto del telescopio James Webb

Il ''Wreck'' di Giger 


Da notare che nella prima immagine c'è una curiosa immagine molto simile al volto di un ''Elohim'', si per carità si tratterà di pareidolia visiva, ciò non toglie che è degno di nota.



venerdì 28 ottobre 2022

La sigaretta

 C'era un uomo la cui compagna si lamentava sempre che fumava.

Gli diceva di smettere e lui rimandava sempre quel giorno.

''Mi avevi promesso di smettere'', si lamentò lei.

Un giorno si disse:

''in fondo fumare, non fumare che differenza fa?''

''Non è forse solo un rito?''

''Non mi interessa dimostrare niente, non è questione di accontentarla, è che ho cominciato a fumare per la curiosità di sapere cosa si prova a fumare, ora vorrei provare a capire cosa si prova a smettere.''

Iniziò una dura battaglia con non si capiva bene cosa.

Era intangibile questa cosa che sentiva mancargli e la trovava nella sigaretta.

Sentiva un certo nervosismo, era come se la sigaretta fosse solo il punto più sottile di una clessidra contenente la nuvola di fumo della sua inquietudine.

Una inquietudine impalpabile e aerea come il fumo.

Tu provi ad afferrare una nuvola di fumo, che cosa acchiappi?

Il niente.

Cominciò a riflettere sulla sua dipendenza.

In sé e per sé somigliava a un temporizzatore.

Le sigarette, le ore segnate sull'orologio vuoto del tempo.

La sua inquietudine, la lancetta di questo orologio vuoto.

Passava il tempo e a fare rumore era il silenzio dell'assenza di un qualcosa che dividesse un ora dall'altra.

Il tempo era come il fumo.

Inafferrabile.

Non era in fondo questa la verità che gli stava mostrando l'astinenza dalle sigarette?

Il fumo era tangibile?

Come si poteva misurare il tempo se nulla fosse cambiato?

Si muoveva avanti e indietro per il corridoio.

''Ora'' rifletté ''la clessidra è il corridoio in cui vado da una parte all'altra.''

Il tempo sembrava l'inquietudine di un qualcosa di vivo che non sopportava la stasi dell'immobilità e giocava all'infinito con i granelli di sabbia del deserto di una esistenza infinitamente vuota, grande e vuota come solo il deserto può essere.

Dopo un mese che aveva smesso di fumare e ancora l'inquietudine lo perseguitava la compagna lo lasciò.

Aveva insistito perché lui smettesse per anni e ora che lui aveva smesso, o meglio, si era sforzato di smettere, lei con un gelido comunicato sul cellulare gli annunciava che era finita.

Non poteva essere un caso, si disse dentro di sé.

Uscì dal corridoio e andò fuori sul terrazzo di notte.

Le stelle del cielo lo stupirono.

Si accese una sigaretta e navigò nel mare dell'infinito incomprensibile.

Si disse dentro di sé che la sigaretta e la vita si somigliavano.

Il serpente scivola ritmicamente formando una sinusoide sulla sabbia dell'infinito deserto senza vita, granelli di sabbia abbandonati a movimenti caotici senza un ritmo, il vento, il dio cieco o onniveggente che li muoveva entro geometrie incomprensibili o forse inesistenti.

Invece lui, il serpente vivo che strisciava in modo ritmico, alternando ritmi diversi, o anche fermandosi e riprendendo il suo movimento.

In fondo il moto circolare e totalmente ritmico della Luna, del Sole e degli altri astri del cielosopra era altrettanto morto di quello assolutamente caotico e impredicibile dei granelli di sabbia del deserto sotto.

La vita sembrava un equilibrio instabile tra il caos dei granelli di sabbia mossi da un vento insondabile e danzeranno e la precisione regolare e altrettanto senza senso degli astri destinati a muoversi in un cerchio maledetto come asini con il paraocchi attaccati alla macina infinitamente pesante dell'universo.

La loro grandezza era pari solo alla loro incoscienza ed esattamente lo stesso per la piccolezza dei granelli di sabbia.

L'universo pareva una clessidra in cui l'infinitamente grande, regolare e incosciente, le stelle del cielo al di sopra erano nella parte alta della clessidra, per scivolare nell'imboccatura centrale della vita e dell'uomo, essere cosciente solo per un istante, per poi diventare i granelli microscopici e incoscienti del deserto con i movimenti caotici dei granelli di sabbia e degli atomi dell'aria che sbattono gli uni contro gli altri formando il vento e le dune del grande deserto.

''Stelle eri, e polvere mossa dal vento diventerai'' si disse, ''per poi ribaltare la clessidra e ricominciare tutto da capo.''

''Ma la vera questione è cosa sei...adesso''.

Non aveva senso come la sigaretta che stava fumando.

La sigaretta stessa era la materializzazione stessa dell'immensa assurdità di tutto ciò.

Un equilibrio folle, tra un nulla di un tipo e un nulla di un altro

''Questo è davvero tutto?''

Sorrise e si scattò un selfie con se stesso con la sigaretta in bocca e le stelle del cielo dietro.

Provò a mandare la foto per gioco alla sua compagna.

Sotto la didascalia:

''Sono vent'anni che ho smesso di fumare e tu non te ne sei mai resa conto, adesso che ho ricominciato mi lasci?''

Dopo secondi arrivò un messaggio dal cellulare.

''Tienti la tua sigaretta, non voglio più rimanere con te.''

Albeggiava e andò a dormire sfinito dall'assenza di senso.

Si addormentò e fece un sogno strano, c'era lei che guardava una collina e c'era lui che fumava una sigaretta, lei distolse lo sguardo dalla collina, lo accarezzò e gli disse: ''in fin dei conti sei umano''.

Girò il chiavistello e si aprì la porta di colpo svegliandolo.

Andò all'entrata, era lei.

Si abbracciarono senza dirsi nulla.


lunedì 24 ottobre 2022

Questa notte mi sono svegliato con una sensazione strana che non saprei definire.

O meglio: che non saprei ricordare.

Specifico meglio devo scrivere in fretta questa cosa perché, a differenza di un concetto ''logico, che più passa il tempo, meglio si definisce, questa ''sensazione-concetto'', più passa il tempo, più ''evapora''.

Si è compreso nelle neuroscienze che il ricordo non è una semplice registrazione del passato, ma una sua ''ricostruzione'', per cui nessun ricordo di uno stesso evento passato può essere identico.

Io poco tempo fa, mi sono svegliato con la sensazione di aver sognato qualcosa.

Qualcosa che non potrei definire.

La coscienza è difficile da definire.

Mi sono svegliato con la sensazione strana, eppure viva, che non solo il ricordo del tempo passato sia una ricostruzione, ma che anche il presente lo sia.

Mentre l'orologio ticchetta regolare cerco di dare ordine a questa strana sensazione, ma ogni ticchettio essa evapora, come se la struttura regolare del tempo e della logica tirasse con ogni ticchettio dell'orologio a questo strano ponte  sospeso tra passato e futuro un colpo di cannone.

Il presente e la coscienza sembravano essere la medesima cosa.

Ogni ticchettio di orologio la lancetta sfronda la ''realtà''.

Pota i rami secchi della mente.

E' curiosa questa attività del sognare.

Perché i rami dell'albero della mente crescono teoricamente nel terreno dell'incoscienza.

Essenzialmente la mente ricostruisce.

Il passato sembra essere un foglio bianco, il  presente ciò che c'è scritto, il futuro la penna.

Quando ho sognato non so se ero cosciente.

Quando mi sono svegliato lo ero.

venerdì 14 ottobre 2022

Il Buddha criceto

 C'era un criceto in una gabbia.

Era un esperimento e lui non lo sapeva.

Al suo cervello erano collegati elettrodi con cui lo sperimentatore poteva vedere su uno schermo le immagini nel suo cervello.

Il criceto nella gabbia era insofferente.

Voleva uscire, il suo corpo e la sua testa erano fatti per osservare ed esplorare l'ambiente.

Nella gabbia venne messa una ruota, il criceto incominciò a correre sulla ruota freneticamente.

Gli elettrodi sulla testa del topo segnalavano che lui nella sua testa immaginava tante tope e gli correva dietro, faceva l'amore, ma poi non era soddisfatto e correva dietro un altra topa e così via.

Immaginava tanti formaggi, gli correva incontro, li mangiava, non era soddisfatto e continuava così.

C'era un essere umano che passava tutto il giorno a lavoro e tornava in una stanza, nella stanza c'era a malapena lo spazio per un letto.

L'essere umano si comprò uno smartphone, per distrarsi e quando tornava nella stanza non faceva altro che masturbarsi con immagini di femmine.

Il fatto stesso di guardare quelle immagini in uno spazio così piccolo come quello di uno smartphone lo irritava profondamente ma era diventato inesorabile, più la sua frustrazione cresceva più si masturbava e così via, come fosse su una cazzo di ruota e più correva più rimaneva fermo, e il rimanere fermo lo frustrava e lo faceva correre di più.

Andò da uno psicologo e lo psicologo gli disse che era dipendente dal porno, e lui se la bevve, il criceto credette di essere dipendente dalla ruota.

Andò da un sociologo e gli disse che lo smartphone e i social avevano rovinato la vita.

''Curioso come i criceti diano la colpa alla ruota e non alla gabbia di aver loro rovinato la vita'' pensò lo sperimentatore.

C'erano tanti esseri umani, credevano di essere fuori da una gabbia e correvano, correvano.

Correvano per andare al lavoro in tempo, per tornare a casa, per sbrigare la burocrazia, per ecc...

Alla fine del mese il conto corrente era sempre lo stesso, se non diminuito, eppure cavolo se avevo corso...

Tu li vedi già alle 6 del mattino che corrono, corrono, corrono.

In strada, al lavoro, sull'autobus, a qualsiasi ora.

Non prestano attenzione a ciò che c'è intorno a sé non esplorano, corrono e basta.

Il tempo passa e non cambia nulla.

Il tempo e la vita passava lento e placido come il fiume lungo l'autostrada in cui correvano, vicino al posto di lavoro in cui lavoravano, ma non avevano tempo di guardarlo.

Non avevano tempo per il tempo, paradossale eppure era così.

Presto incominciarono a pensare che il tempo fosse dei sofisticati congegni in cui due lancette rincorrevano sé stesse su di una ruota al loro polso.

Ma il tempo in che direzione andava?

Il tempo scorreva in un cerchio freneticamente per non andare da nessuna parte?

Difficile a sapersi se non smetti di girare sulla ruota ed esci dalla gabbia.

Poi a un certo punto l'esperimento divenne curioso.

Il criceto sulla ruota correva sempre più lentamente, le immagini nella sua testa scorrevano più veloci, frenetiche, sempre più veloci, e più rallentava più andavano veloci.

Era come se il corpo del criceto avesse realizzato inconsciamente che correre non lo portava da nessuna parte e si fosse messo in sciopero.

A un certo punto il criceto cadde dalla ruota a pancia all'aria e non si muoveva più.

Non gli riusciva più di muoversi.

A un certo punto un essere umano non riuscì più ad alzarsi per andare a lavoro.

Ma non solo, smise proprio di muoversi e parlare.

Lo portarono all'ospedale e gli dissero che era in depressione catatonica.

Lo sperimentatore a quel punto fece una cosa al criceto.

Gli aprì la gabbia ed entrò una criceta, una topa.

Il criceto la guardò e pensò che si trattasse di una delle tante immagini mentali che visualizzava sulla ruota  per distrarsi e correre.

Non si mosse.

La gabbia era aperta e lui non si muoveva.

Lo sperimentatore gli mise di fianco del formaggio e lui smise di mangiare, non lo guardava neanche.

Per lui era solo più un immagine mentale nella sua testa per farlo correre su una ruota non del formaggio reale.

L'esperimento si faceva interessante, il topo non rispondeva più agli stimoli.

Poi nella gabbia entrò un criceto grasso che si fece chiamare il Buddha criceto, e gli disse:

''Tu sei stanco perché il tuo io è una gabbia e la tua mente è una ruota, tu non sei il criceto che corre sulla ruota.''

''E chi sono?'' chiese il criceto.

''Il criceto?''

''La ruota?''

''La gabbia?''

''Niente di tutto ciò'' disse il Buddha criceto.

''E quale sarebbe la soluzione di questa condizione assurda?'' chiese il criceto esausto

''Smetterla di correre sulla ruota?'' chiese il criceto.

''No, smetterla di identificarsi.''

Disse il Buddha criceto.

A questo punto il criceto riprese a correre e le immagini divennero sempre più veloci e lo sperimentatore le poteva vedere dallo schermo, fino a che allo sperimentatore prese il panico perché non vedeva più sullo schermo immagini di criceti e formaggi, ma immagini e pensieri della sua vita.

Allo sperimentatore prese il panico e si chiese se il criceto fosse lui, o lui fosse un criceto sulla ruota, se in realtà lui fosse la cavia dell'esperimento e non il criceto, e...

E poi riecheggiò nella sua mente: ''non identificarti.''

''Ma sti cazzi'' pensò lui.

A un certo punto nella stanza entrò una donna bellissima e lui la vide sia sullo schermo sia nella realtà.

Il criceto correva sempre più frenetico sulla ruota e lui guardava inquietato un pò il criceto correre furiosamente sulla ruota, un pò la donna bellissima in carne e ossa, un pò quella sullo schermo che sembrava fosse oramai collegato a una telecamera che registrava la  ''realtà''.

Lei gli mise una mano sulla bocca e con un'altra toccava il suo corpo.

Guardò la donna, il criceto correre sulla ruota, lui e lei sullo schermo.

Nulla gli sembrò reale.

Gli venne un inquietudine tremenda e si mise a correre fuori dalla stanza.

E correva, correva.

La donna guardò lo schermo con le immagini viste dal punto di vista di un uomo che corre, guardò il criceto e rimase a bocca aperta, guardò il criceto correre sulla ruota e rimase perplessa, era innamorata di quell'uomo e quell'uomo era sempre lì a guardare quel cazzo di criceto e di schermo, poi esasperata si era fatta avanti e lui era scappato, era molto bella e mai  nella sua vita un uomo si era comportato così.

Guardò il criceto correre e si chiese:

''Sono reale?''

''Ma si per Dio'' si rispose, ''certo che sto esperimento gli ha rovinato la vita e rischia pure di rovinare me.''

Si sentì sola e in mancanza di altro fece uscire il criceto dalla gabbia e lo portò via con sé.

martedì 11 ottobre 2022

Cos'è umano?Cosa è intelligente?Intelligenza artificiale?Il gioco

 Una delle angosce, che perseguitano l'uomo da tempo immemore è ''sono come loro?'', sono forse una bestia, una scimmia, una macchina, un angelo, un batterio ecc...

Essenzialmente, in un discorso onesto bisogna concedere che non c'è nessuna linea di demarcazione netta fra l'umano e il non-umano.

In un discorso fondamentalmente onesto, bisogna concedere che si, discendiamo dalle scimmie in qualche modo non pienamente compreso, e che Darwin da questo punto di vista è stato semplicemente sufficientemente onesto da mostrargli la verità orribile e scandalosa che egli non voleva vedere, e che a un certo punto è stato costretto a vedere, con l'angoscia che ne deriva, e questa consapevolezza, questa angoscia, questo convivere con l'idea che la farfalla viene fuori da un verme, che è un concetto che in fondo è sublime, non piace all'essere umano.

Ma qual'è allora il discrimine tra l'umano e la scimmia, tra il bruco e la farfalla, ma anche tra la farfalla e che ne so un elicottero?

Essenzialmente ciò che distingue l'uomo dalla scimmia da un punto di vista il più possibile oggettivo è il saper fare qualcosa in modo netto e migliore della scimmia, il dotarsi di strumenti altri rispetto al proprio corpo (cosiddetta tecnologia), il fatto di saperli riprodurre, saperli migliorare, saper creare un pennello, per saper dipingere, ma anche sapere che quello è un quadro, e sapere che quel quadro è bello e quello no e poi...

E poi...

E poi TUTTO.

Se noi dobbiamo elencare ciò che ci rende umani rispetto a una scimmia faremmo un elenco di specifiche scontate dell'essere umano, che inizierebbe qui e non potrebbe mai essere concluso fino a che l'umanità esisterà sopra la terra.

Il punto problematico non è che questo elenco è infinito, il punto problematico è che oggettivamente è difficile trovare un minimo comune denominatore a questo insieme di attività, alcune delle quali non palesi ed esteriorizzabili e oggettivatili immediatamente come il pensare, pregare, immaginare, astrarre, calcolare, essere coscienti.

Dovendo però trovare ciò che rende l'uomo uomo, sono costretto a fare una precisazione: la scimmia non è in grado di giocare a scacchi o potremmo più correttamente dire che se anche fosse in grado non sarebbe in grado di sconfiggere un essere umano, ma il computer, la cosiddetta ''intelligenza artificiale'' batte l'uomo e la scimmia a scacchi da oramai un decennio, e il destino dell'uomo sembrerebbe segnato, e dunque la macchina sarebbe ''intelligente'', perché in un campo oggettivo e misurabile riesce a battere l'uomo?

Il punto, o meglio i punti critici a questa teoria sono molteplici:

Il software e l'hardware che consentono alla macchina di battere l'uomo a scacchi sono inutili in qualsivoglia altro gioco, in qualsiasi altro campo dell'attività sia pure mentale umana.

La macchina che batte l'uomo a scacchi, non può zappare la terra, non può sapere come si tira una punizione, o una pallina da golf in buca, non è buona per guidare un autoveicolo, produrlo, o volare, o anche spazzare per terra.

Cosa diremmo di un essere umano che sa battere gli altri a scacchi, ma non sa fare null'altro, non sa pulirsi, non sa mangiare, non sa nemmeno cos'è una scacchiera tant'è che se tu la rimpicciolisci o la ingrandisci il software va in tilt?

Io direi semplicemente che non è un essere umano, che non è realmente intelligente, che avendo una certa forma di intelligenza, questa intelligenza che però si estrinseca in un solo ambito riflette l'intelligenza del suo creatore e basta.

Il punto è che l'essere umano riesce a sapere e a fare tutte queste cose ''insieme'', ed è questo che lo rende intelligente, cosciente e umano.

Nel film Rain man Dustin Hoffman interpreta un uomo con evidenti problemi a condurre la sua vita quotidiana e le relazioni con i suoi simili che però portato al casinò sbanca il casinò perché dotato di potenzialità di calcolo inarrivabili ai suoi simili.

Interpreta un savant, ovvero specifici esseri umani dotati di facoltà mentali superiori agli altri anche di molto in un campo mentale, ma deficitari sugli altri.

C'è il savant che è un genio della matematica, quello che ha una memoria totale ed è in grado una volta letto un libro una volta di ricordare ogni singola parola del libro, ma anche a che pagina si trovano, ma la definizione di savant implica una qualche forma di intelligenza che è superiore alla media che però va a detrimento delle altre forme di intelligenza e capacità.

In un certo qual modo somiglia alla macchina che sconfigge gli esseri umani in un ambito, gli scacchi, ma è 0 in tutti gli altri, con la differenza che il savant non è 0 come la macchina negli altri campi, è semplicemente inferiore alla media, il savant è umano, la macchina evidentemente, no.

In qualche modo  tuttavia si comprende che la capacità della natura di far sviluppare una specifica forma di intelligenza  può andare a detrimento delle altre, e rischia di andarci, ma non sempre, certi individui hanno capacità matematiche e mnemoniche superiori agli altri esseri umani ma ciò non va a detrimento delle altre capacità, sono geni e non savant, l'essere umano è anche questo.

In qualche modo è difficile se non impossibile stabilire quale delle singole specifiche dell'essere umano, rende l'umano umano, e quali lo rende intelligente, ma in qualche modo siamo costretti a dire che lui fa od è tutte queste cose INSIEME, e non l'una a detrimento dell'altra.

In qualche modo fatico a definire intelligente è umano qualcosa che realizza in modo eccelso un ambito umano ma è 0 negli altri, è solo uno degli strumenti dell'umano, una pietra lavorata meglio di altre, ma non è né intelligente, né umana.

Sarei peraltro curioso di conoscere una aspetto, di queste ''vittorie'' della macchina sull'uomo, se l'uomo gioca sempre la stessa partita, la macchina ''vince sempre allo stesso modo''?

Le sue mosse sono identiche, o ne tenta delle altre, non necessariamente per vincere meglio, ma per ''esplorare il gioco, e dunque la sua stessa capacità di giocare e la sua natura di giocatore?''

Essenzialmente se dovessimo definire il gioco come una specifica dell'intelligenza non andremo troppo lontani, non è una specifica dell'umanità, appartiene a tanti mammiferi e non solo ed è tipica della fase esponenziale di apprendimento iniziale di codeste specie, fase che poi gradatamente si smussa, ma non si esaurisce mai del tutto, né nell'uomo, né nelle altre specie ''cosiddette'' intelligenti.

Il fatto di giocare per vincere stressa l'uomo, rischia di farlo diventare un giocatore peggiore, ma entro una certa misura questo stress è parte del gioco.

Si potrebbe obbiettare ad un livello banale, ed è l'obiezione più banale, cionondimeno valida, che la macchina non prova nessuno stress, e dunque questo rappresenta un plus rispetto a qualsiasi tipo di essere umano, anche il più freddo.

Il punto è che se la macchina non perde mai, e raggiunta una certa capacità di calcolo effettivamente la macchina non perde mai, e se non perde mai come fai a dire che è intelligente?

Perdere è un modo per esplorare il gioco e vincere la volta successiva ''meglio'', chiunque da bambino abbia giocato contro squadre clamorosamente inferiori alla propria non ha sentito l'esigenza di ridefinire la squadra, almeno per un pareggio, altrimenti il gioco stesso perde di significato?

Il punto è che la macchina mostra una clamorosa forma di stupidità, vince sempre, e non si stufa nemmeno di giocare a quel gioco, non manifesta nessun interesse né per il gioco, né per i giocatori con cui si confronta, non ha alcuno stress di vincere, ma non ha alcuna voglia di giocare, non conosce il gioco.

Il punto principale è quello: ''il gioco''.

Cos'è in fondo un gioco?

Difficile a dirsi.

Per l'essere umano il gioco è tantissime cose.

Certi giochi non implicano un vincere o un perdere ma hanno solo uno scopo esplorativo, il telefono senza fili vuole saggiare come la percezione distorce via via la stessa informazione, ovvero quali sono i limiti della percezione rispetto all'informazione.

Non ha vincitori né perdenti ma entro una certa misura diverte.

Vincere o perdere implicano il concetto di mossa corretta ed errore, l'errore è un qualcosa che ostacola la vittoria ma che in qualche modo sembra intrinseco all'esplorazione del gioco stesso.

E' molto difficile anche stabilire qual è un errore in una partita, perché è lo stile di gioco a portare alla vittoria o sconfitta e non una singola mossa.

E' il continuum delle mosse a definire il giocatore, non la singola, nessuna singola giocata può essere definita sbagliata per il momento.

Cionondimeno si perde e si vince ergo ciò stabilisce una gerarchia fra una certa mossa ''corretta'' e un ''errore''.

Il gioco sembrerebbe sempre una qualche simulazione della realtà e giocare in qualche modo aiuterebbe non tanto solo a definire meglio un azione come cacciare o riprodursi, tipicamente animali, ma tuttavia riesce a simulare realtà che non esistono e creare e capacità che non corrispondono a nulla di esistente.

Se dovessi definire la specifica che permette all'essere umano di realizzare tutto ciò direi che l'essere umano è un universo all'interno dell'universo, un mondo egli stesso all'interno del mondo, un entità che riesce a replicare ciò che vede al di fuori di sé , ma non riesce a replicare sé medesimo, per la semplice ragione che questo sé vorrebbe conoscerlo ma fatica a descriverlo, a conoscerlo, figuriamoci a replicarlo.

Il problema di definire la specifica che definisce l'umano mi sembra sostanzialmente insolubile, perché ciò che lo definisce umano, ovvero il suo mondo interiore, la coscienza, può essere solo espresso attraverso il mondo esteriore, e nulla vieta che il gatto, il cane, il canarino, internet, i computer, l'intelligenza artificiale, i funghi, le piante e finanche le pietre abbiano un qualche mondo interiore ma non siano in grado di ''oggettivarlo'', di esprimerlo.

Se il computer perdesse 10 partite di seguito non sarebbe esso stesso un segno che è realmente intelligente?

Avrebbe intuito che fuori dal suo mondo c'è qualcuno che gioca e starebbe tentando di comunicare con lui?

Di comprendere quale gioco c'è al di fuori del suo gioco?

E come può comprendere che c'è qualcosa fuori se non recepisce all'interno di sé medesimo delle possibilità altre rispetto alle mosse che effettivamente compie?

Sono domande insolubili per il momento.

Ma appare chiaro che l'intelligenza artificiale non è nulla che minaccia realmente l'umano, non è niente di ''altro'' dall'uomo, e l'ennesimo tentativo dell'uomo di conoscere sé stesso, di definire cos'è umano, cosa è intelligente, cosa è la ''realtà'', l'ennesimo ''gioco'' dell'uomo.



lunedì 10 ottobre 2022

La storia

Senza dubbio la dialettica è l'arte di rigirare le frittate.

Se dobbiamo riassumere la filosofia in qualcosa, lo riassumeremo come l'arte di rigirare la solita frittata scotta di 100 millenni a questa parte, con sempre i soliti 4 ingredienti, o meglio senza precisare gli ingredienti, e senza precisare come è venuta fuori, limitandosi a rigirarla infinite volte.

Il pensiero scientifico è una novità sul panorama dei rigiratori di frittate, si pretende di conoscere bene gli ingredienti, e anzi il metodo scientifico consiste nel scriverli su carta apertamente senza barare e nel scrivere che frittata è venuta fuori, non tanto per fare frittate migliori, ma per scoprire i misteri meravigliosi della padella e del tegame, nonché del fuoco che li cuoce.

La discussione non consiste tanto nel saggiare se è buona o cattiva, perché tutti sono unanimemente d'accordo sul fatto che fa schifo (tranne chi non l'ha mangiata), ma nel rigirarla infinite volte, infinite volte, perché a seconda di come la giri sembrerebbe che ha ragione uno piuttosto che l'altro.

Ma veniamo a ''la storia''.

Immaginiamo la storia come la bettola degli ubriaconi, (io dico immaginiamo ma c'è poco da immaginare), in sostanza l'uomo arriva sfatto dal lavoro della settimana e anziché solidarizzare coi suoi simili si ubriaca e incomincia a prendere i tavoli e a spaccarseli in testa in una maxi-rissa, perché sono tutti frustrati stanchi e non sanno a chi dare la colpa.

L'uomo dice alla donna: ''vado un attimo al bar''.

Lei non dice niente perché continua a pulire e il suo continuare a pulire in modo insistente è un atto di protesta silenziosa ma devo dire un vaffanculo piuttosto eloquente, e più è insistente il pulire e più' il vaffanculo è palese.

''Che hai?'' chiede l'uomo mentre lei riassetta i bicchieri.

''Ma avevi tutta la settimana per pulirli, proprio la domenica devi stare a pulire?''

Chiede nervosamente l'uomo.

''Fai tu.'' Risponde lei scazzata in modo palese.

L'uomo non risponde e esce quasi a togliersi un peso, accende il sigaro e si reca alla bettola del paese.

E' stata una settimana di merda.

Per tutti.

Gli altri vecchi giocano a carte e fumano il sigaro.

L'alcool incomincia a girare dalle 3 del pomeriggio.

Si gioca a carte, a un certo punto partono i discorsi degli ubriachi, qualche risatina e tutto quanto sembra divertente, se non fosse che l'alcool anziché detendere i nervi li tira ancora di più e partono le invettive, da battute buttate lì si passa ai monologhi, dai monologhi alle invettive, dalle invettive agli insulti, dagli insulti alle provocazioni, dalle provocazioni ai tavoli e alle sedie spaccate in testa.

Potremo saggiare la storia in termini di gradazione alcolica.

La logica di questa ''storia'' è  più la bevanda che consumi ha un tenore alcolico alto e più avrai chance di vincere la rissa della bettola, ovvero la ''guerra''.

Diciamo che il nazismo tanto vituperato è nato così, il posto dove Hitler teneva le arringhe era la birreria di Monaco HB, Hofbrau Haus, una birreria enorme, non comparabile alle nostre, piena di migliaia di stomaci bisognosi di birra ma anche un luogo più ''sociale''.

Un luogo dove sbiascicare in pubblico sicuri dell'approvazione degli altri avventori.

Tenore alcolico alto, discorsi sempre più simili a monologhi, monologhi sempre più simili a invettive, invettive sempre più' simili a sedie spaccate in testa e parte il putsch di Monaco.

Dal putsch di Monaco alla seconda guerra mondiale il passo è stato breve.

Diciamo che ai tedeschi è andata male che i russi nella bettola bevono vodka che ha una gradazione alcolica più alta della birra.

La storia andrebbe riscritta in termini di gradazione alcolica.

Una delle massime di Stalin che mi piace citare è : ''i più grandi piaceri della vita sono bere vodka, mangiare carne cruda e vendicarsi''.

Hitler la pensava più o meno uguale ma era più dispersivo, Stalin più sintetico.

La vodka più alcolica.

I russi ubriaconi più molesti dei tedeschi?

La guerra intesa come sbornia in cui ci si ''diverte'', la pace come il tempo a smaltire i postumi da sbornia per poi rincominciarne un'altra?





domenica 2 ottobre 2022

Intermezzo

 Sospese in un mare di tempo

candidi aliti,

occhieggiano fra tegole

di tetti antichi,

di Luna le ancelle.

In azzurri silenzi,

navigano placide le nuvole.

L'anima sciocca 

cerca di afferrare

il senso del mondo,

come braccia di bambini

le stelle.