giovedì 17 agosto 2023

Il lavoro , l'anomia e il lockdown

 Ci tengo a esplicitare alcune riflessioni.

Adesso è in voga una filosofia che in qualche modo attacca il ''lavoro'' in quanto valore ''fondativo'' della nostra società.

Io cerco di dire la mia analizzando che cosa è diventato il lavoro, che cosa è stato e perché rischia effettivamente di ritorcersi contro l'uomo.

Qual è l'antitesi del lavoratore come figura storica per me?

Il ''disoccupato''?

Il ''fancazzista''?

Il nobile signore che può permettersi di non lavorare, perché è ricco e nobile? (figura desueta al giorno d'oggi la mistica del lavoro è talmente potente che tu ti ritrovi gente ultraricca che compete con te pur non avendo necessità di guadagnare quei soldi).

L'ultimo è forse il più vicino a ciò che io credo sia l'antitesi del ''lavoratore''.

L'antitesi storica del lavoratore è il filosofo.

Per me.

Che è stato tendenzialmente qualcuno sufficientemente abbiente da condurre una vita di osservazione e non di azione e in cui l'azione tuttavia lo abbia preso nel suo lato più intimo e mentale.

Grandi inventori, grandi scienziati, filosofi, i grandi del pensiero, erano ''lavoratori''?

La risposta è NO.

Alcuni meno abbienti di altri si sono  arrangiati a trovarsi un occupazione con cui avere di che vivere, ma di fatto tutti costoro avevano un minimo comune denominatore: ''molto tempo libero''.

Se noi vogliamo tirare un primo proiettile contro il concetto di ''lavoro'' moderno dobbiamo renderci conto che l'eureka di Archimede è stato pronunciato mentre ''cazzeggiava'' si direbbe oggi, alle terme.

Idem per la mela di Newton che lo ha colto in un momento di evidente ozio.

Einstein più moderno si è arrangiato con un lavoretto burocratico che lo impegnasse poche ore al giorno, ma non ha consegnato il senso della sua esistenza al fatto di mettere timbri, né si è lasciato abbattere dalla sua insignificanza, ha approfittato del tempo libero che gli regalava per analizzare la realtà.

Nessuno di questi tre fisici faceva il ''fisico'' di ''lavoro''.

Tutte le conquiste della storia del ''pensiero'' appartengono alla dimensione dell'ozio.

E questo toglie qualcosa al concetto di ''lavoro''?

No.

Non è che se tu metti dei mattoni per terra sei inutile, no sei necessario, certo che lo sei...

Però restituisce utilità all'ozio, ripristina in qualche modo una certo qual valore alla fisiologia dell'ozio nel processo cui l'homo sapiens si è autoinvestito: ''comprendere e dare un senso alla realtà''.

La modernità vive di dinamiche differenti ''ciò che tu sei è ciò che tu fai''.

(Non il contrario che semmai è più vero, ciò che tu fai è ciò che tu sei).

Qualifiche, titoli, specializzazioni ineriscono alla dimensione del lavoro.

I patronimici nobiliari sono andati in pensione, meglio fregiarsi di un dott. ing. cav. figl. de putt. lup mannar. di fantozziana memoria.

La rivoluzione industriale ha sparigliato le carte in una maniera che è necessario, compiere un ''lavoro'' per analizzare il significato nuovo di queste, le piccole grandi bugie, che si celano dietro.

Primo step.

Ok nessuno dice che il lavoro non sia in qualche modo ''necessario'', ma in che senso?

I soldi?

Sicuro.

Per la carità.

Ma diciamocela tutta, qui è un pò come quando la gente non fa figli trincerandosi dietro il fatto che non ha soldi sufficienti a mantenerli, e tu rispondi, il punto è che ''sono i poveri a fare figli, mica i ricchi''.

La società moderna industriale va sbugiardata quando si trincera dietro la foglia di fico della dimensione della ''necessità'' , le sue dinamiche ineriscono si a necessità, ma non del tipo precedente, di tutte le società mai esistite è quella che garantisce meglio e di più la sopravvivenza fisica, il cibo, riscaldamento.

Ergo non è scomparsa la dimensione stringente e violenta della ''necessità'' è pieno di gente che dorme per strada, però la necessità fisica, è ridotta e non può né deve essere utilizzata come foglia di fico per non guardarci come siamo fatti realmente.

Ha preso strade più astratte, più psicologiche, senza la consapevolezza di ciò.

Tu lavori perché si non hai soldi per poterti permetterti di stare a casa?

Ma siamo sicuri che ce li avessi staresti a casa?

Il punto è che ''stare a casa'' anche ammettendo la necessità di una ''casa'' non piace.

E' distruttivo.

E' angosciante.

Ci si rende conto della vuota natura del tempo.

Ci si sente inutili.

Si vivono con maggiore violenza la pressione delle domande che ti scoppiano in testa.

Si pensa (cosa cui la nostra epoca cerca ACCURATAMENTE di evitarti).

Si ricorda.

Si immagina il futuro.

Ci si chiede che fine ha fatto quella persona o quell'altra.

Che fine faremo noi.

E' pesante.

Più di una giornata di lavoro.

Perché infatti, tu mica non fai nulla, tu agisci nella tua mente.

Oddio c'è chi proprio non fa nulla anche nella sua mente.

Il ''lavoro'' è cambiato.

La prima reale concreta necessità del lavoro al giorno d'oggi non è il piatto di minestra, è strapparti alle grinfie dello ''stare a casa'' con tutte le conseguenze del caso.

E' una necessità psicologica.

Devi tacitare quelle voci chiamate pensieri ricordi, fantasmi del passato, angoscia del futuro e nel caos lavorativo ci riesci perché sei sempre sballottato da un problema diverso pressante, stancante che in qualche modo esaurisce le tue energie fisiche e mentali, diminuendo l'energia che tu puoi dare in pasto ai fantasmi della tua mente.

Ma io te lo sto descrivendo quindi come una cosa negativa?

Non necessariamente, sto solo invitandoti a smetterla di mentire.

Dovendo fare una metafora sembrerebbe il processo di un runner.

Io corro.

Conosco bene la necessità fisiologica della mia MENTE, così tormentata dal pensiero, di liberarsi attraverso un processo in cui vive la forza del corpo, la sua stanchezza, il sole, la sete, il caldo, la salita che ti taglia le gambe fino a che sei sfinito.

Mai comunque a sufficienza da smettere di pensare del tutto.

Pensi solo in un modo diverso, più libero.

Il punto è che anche il runner più runner non corre mai tutto il giorno.

Quindi non può arrivare mai all'estremo del lavoro.

Il lavoro poi, al giorno d'oggi, essendo svincolato spesso dalla fatica fisica è proprio in ragione di ciò esteso a orari che diversamente la popolazione lavorativa, e i cosiddetti ''workaholic'' i drogati di lavoro, non potrebbero reggere.

La corsa è una metafora, ma imperfetta, è un lavoro FISICO autoimposto, è un qualcosa che quando hai finito la benzina ti fermi e stop senza troppe ansie o sensi di colpa perché ti sei fermato, è il tuo corpo che ti dice stop.

Un conto è correre 10 ore al giorno un conto è lavorare 10 ore al giorno.

E' ipocrita e assurdo vantarsi di lavorare 10 ore al giorno, mica sollevi pesi 10 ore al giorno, se fai un lavoro fisico tuttavia, questo vanto avrebbe un suo perché.

Perché è veramente concreto e oggettivo.

Diversamente una scrivania non può definire in modo obbiettivo il livello di sforzo di ciò che stai facendo.

Se vinci la maratona di New York hai ragione a vantarti, se invece lavori dieci ore al giorno io non so quanto credere al livello del tuo sforzo, ne posso paragonarlo in modo obbiettivo ad altri.

Dipende dal tuo concetto di lavoro.

Il lavoro essenzialmente così come è concepito al giorno d'oggi cerca di dare alla dimensione della necessità fisica il compito di esaurire delle necessità psichiche.

Ma è proprio qui il punto.

Il punto è che il ''lavoro'', se prolungato, esteso a dei lunghi orari entra perfettamente all'interno di una tipologia di personalità che diventa il vero nucleo di pericolo della società moderna:

''La personalità asociale camuffata da prosociale, la disgregazione di qualsiasi forma sana di socialità e del corpo sociale.''

Durkeim il sociologo, da un nome a questo tipologia di male moderno e lo definisce ''anomia''.

Tuttavia sbaglia analisi a mio avviso, e attribuisce questa forma di sostanziale malessere alla ''assenza di leggi e regole morali'' provocata dallo  stress del ''cambiamento continuo'' del mondo moderno.

E no.

Gli attribuisce la colpa dell'incremento del suicidio e del crimine violento.

E si su quello ha ragione

In parte ha ragione.

Quando identifica il cambiamento continuo come qualcosa che spiazza l'umanità ha ragione.

Non è qualcosa che ci fa bene.

Peccato che il cambiamento continuo che nella modernità viaggia a velocità folli rispetto al passato sia una legge di natura cui nessuna epoca è stata esente.

Non viaggiava a questa ''velocità''.

Ma il punto non è questo.

A disgregare il corpo sociale non è l'assenza di norme, anche di natura morale dettata dal cambiamento, a disgregare il corpo sociale è il ''lavoro moderno''.

Il porre in essere tutta una serie di logiche e norme comportamentali destinate alla ''funzionalità'' del ''lavoratore'' a favore del ''lavoro'' ma a scapito delle norme morali anche vigenti in quella società.

La logica del ''lavoro'' impone di porre le dinamiche del tuo ''lavoro'' al di sopra delle dinamiche della tua società, cominciando dall'ignorare i tuoi affetti e le persone che ti stanno vicino, le loro necessità, usando la scorciatoia del lavoro come ''nobile causa'' universalmente (e ipocritamente) riconosciuta.

E se ignori le necessità di chi ti sta vicino, come puoi accogliere quelle di chi ti sta lontano, come puoi prestare attenzione al barbone che giace in mezzo alla strada, diamine TU HAI UN LAVORO, TE LO SEI SAPUTO MANTENERE SEI SUPERIORE A LUI E NON HAI TEMPO PER LUI.

Se dovessimo definire la parabola del ''buon samaritano'' in termini di lavoro concepito in termini moderni, il lavoro così come oggi è inteso è lontanissimo dalla concezione ecclesiastica dell'ora et labora, della concezione antica, anche cristiana, è la sua antitesi.

E' che lo scriba e il fariseo sono delle persone di successo, dei bravi lavoratori che ''hanno fretta'' perché il ''sinedrio'' e altre ''nobili istituzioni umane'' li attendono, quindi passano sopra al malcapitato senza prestargli attenzione, il ''buon samaritano'' è un ''disoccupato'', magari uno ''statale fancazzista'', una persona poco integrata nella società che dunque ha il tempo di fermarsi e soccorrere il malcapitato.

E nella realtà della parabola originale è proprio quello il punto: non ha un valore per la società e in virtù del suo non valore egli dedica all'altro il suo tempo e le sue energie.

Ora.

La logica che soggiace la perdita di norme di cui parla Durkeim è insita in questa contraddizione, tra il tentativo di carpire il favore del ''corpo sociale nel suo complesso'' e il tentativo di ''carpire il favore del singolo''.

Tra interazione come gruppo sociale complessivo, con gerarchie e norme collettive, e interazioni fra singoli individui e microgruppi sociali dotati di norme autonome.

Nella società moderna il ''lavoro'' carica tutti di un peso per ''compiacere la società'' che finisce per dividere i singoli per privarli delle loro relazioni personali.

La più ignobile forma di mancanza di rispetto che serpeggia al giorno d'oggi si chiama ''non ho tempo per te''.

E' questa la pietra tombale del corpo sociale, il crimine contro l'umanità non dichiarato.

La forma più bieca di nascondimento del proprio egoismo.

Uomini e donne sorridenti e molto impegnati ti tagliano ogni possibilità di interagire con loro, dicendoti non ho tempo, dando l'ignobile compito di mostrare la loro indifferenza, al sacro lavoro.

Ma il fatto è che non necessariamente sono dei totali ipocriti.

E' il ''lavoro'' che li guida a questa ''anomia''.

Di giorno in giorno, essi maturano la convinzione che sia il lavoro a conferire un senso alle loro esistenze, e di giorno in giorno, essi trasportano nei loro posto di lavoro e nelle relazioni umane che ci sono in esso il valore delle loro vite.

Perdendo di vista non solo gli altri, ma proprio il mondo intero.

Fuggono dalla realtà.

Si illudono di avere un senso, di essere importanti, si inorgogliscono, si insuperbiscono, si sentono una casta a parte dal resto dell'umanità, che dunque guarda con disprezzo agli altri, ah si, ''io mica ho il tempo''.

E' la mistica del ''fare le cose'' anche e sopratutto se non sono necessarie.

L'importante è ''fare''.

Indipendentemente dagli effetti.

E così la gente è talmente drogata dal lavoro che appena ha una settimana di ferie, va in ''vacanza'', magari al villaggio turistico, mica sta a casa, se no diamine che vacanza è?

Noi avremmo bisogno di una vacanza da noi stessi diceva qualcuno...

Ecco il lavoro, la società in generale è una suprema eterna vacanza da se stessi e dal mondo un' ignoranza della legge spietata che lo domina che ti diventa reale quando sei fermo, non quando sei in movimento.

Volontariato, vacanze, fiumi di turisti cretini che premono per un lembo di acqua di mare, anche fuori dal ''lavoro'' vale la logica anomica della società moderna, muoversi fare, disfare, per la semplice realtà che sedere può essere sgradevole.

Il buon samaritano di oggi sarebbe il volontario inquadrato?

No.

Il buon samaritano è chi ha tempo per te, chi prende una birra assieme, chi si fuma una sigaretta assieme nelle pause di quel cazzo di lavoro, chi ti risponde al cellulare, chi usa il cellulare per telefonarti e non per ignorarti.

Il lavoro oggi come oggi è solo fuga dal mondo e da sè stessi.

Cosa è stato il lockdown se non il vero disperato bisogno di una società agonizzante in virtù non solo del ''lavoro'' ma dell'anomia, di fermarsi, e di fermarsi a casa propria, non in un villaggio vacanze o altre contraffazioni che ''tengano impegnati''?

Il lockdown non aveva nulla a che fare con il virus, era il mondo che prendeva la palla al balzo per fermarsi a guardare che cos'era diventato.

Era una vacanza da quell'eterna vacanza a noi stessi che è diventato il mondo, lavoro compreso, e villaggio vacanze finalmente vuoto.

Un obbligo morale a sedere solo con te stesso senza fare nulla.

In casa.

Non nel villaggio vacanze o nelle fintosocialità dei bar.

Proprio per spazzare via ogni residuo di finzione di ''essere in compagnia'' o fianco di ''appartenere realmente a una qualche forma di gruppo sociale piccolo o grande.''

Fai il bene della collettività se siedi solo con te stesso , ma mica per il virus, tutti gli uomini più grandi che hanno beneficiato l'umanità lo hanno fatto dopo aver seduto soli con se stessi.

Non solo scienziati, tutti, Buddha, Cristo, Tesla, Cartesio.

Ecco cosa è stato il lockdown, una necessità psichica ancora una volta camuffata da una necessità fisica, forse che cento anni fa lo hanno fatto con la spagnola?

No.

Ma non ce n'era evidentemente la necessità psichica.

Ergo il mondo è peggiorato.

Il dramma della modernità è che la tecnologia ha preso l'ozio antico e ha consegnato tutte le sue virtù dolorosamente terapeutiche nel cesso degli smartphone.

Di un ozio a binari precostituiti che non ti da la possibilità di essere veramente solo con te stesso e gridare eureka mentre sei alle terme o sotto un albero che ti cade una mela in testa.

Si parla di capitalismo, di anomia, in termini definiti da sociologi e filosofi dell'ottocento quando si c'erano ancora grandi uomini in grado di pensare e vedere il mondo intorno a loro.

Dobbiamo criticare i mali moderni comunque utilizzando una fraseologia e una concettualizzazione tipica di questi comunque grandi uomini dell'ottocento.

Ma non siamo più nell'ottocento.

E il capitalismo, l'anomia hanno preso dei panni che non sono neanche ''diversi'' sono semmai più vicini alle motivazioni autentiche per cui si muovevano cento o duecento anni fa.

Ha ragione Durkeim, suicidio e omicidio dipendono dall'anomia, ma sbaglia su questo concetto.

Il problema è la rabbia dell'individuo, il suo accogliere il divario fra le norme espresse in modo esplicito, e quelle di prassi dettate dalla quotidianità.

Non è un problema di mancanza di norme NO.

Noi siamo pieni di norme, imbottiti di norme, di morali e di moralisti di ogni tipo e specie.

E la contraddizioni tra quelle ''norme'' e la ''prassi quotidiana''  l'anomia. 

E più questo mondo si industria, tira fuori nuove norme, nuove morali, e più si dimentica del problema di fondo.

La relazione fra individui.

Le leggi elementari che ti mettono a confronto con un tu individuale sono diverse da quelle che permeano il branco.

E non è ipocrisia in sè e per sè.

E' una delle discrepanze umane.

Di cui ti rendi conto ogni volta che sei solo con qualcuno.

O con te stesso.

Si, bloccare il lavoro, con tutta la sua mistica sarebbe una gran cosa.

Catastrofi pandemie e guerre sono le uniche incaricate a compiere un tale nobile scopo?

Ma perché?

Non ne potremo fare a meno senza bisogno del virus o dell'atomica che ci esplode in testa?

A quanto pare no.

Siamo ancora troppo fragili per poterne sopportare le conseguenze per potere essere sufficientemente onesti con noi stessi.

Dobbiamo sempre dare la colpa a qualcosa o qualcuno delle nostre mancanze nei confronti di questa pseudomorale collettiva.


mercoledì 16 agosto 2023

101 storie zen del cazzo, il Buddha iettatore

 Dall'estratto del libro:

"Quando il Buddha si addormento' nessuno notò la differenza col nirvana, quando ebbe il RISVEGLIO pero' si"

Il Buddha era seduto in meditazione.

Giaceva giaceva.

Mai che capiva.

A volte si accendeva delle sigarette.

Giaceva nella natura.

La natura è maestra di vita.

Un giorno continuava la solita inutile catena di eventi.

Lui guardava il prato.

E notava che c'era una mosca e una lucertola.

La lucertola cercava di acchiappare la mosca ma la mosca era più veloce di lei è per sfotto' quando la lucertola credeva di averla acchiappata lei volava via e lasciava uno stronzo,  la lucertola, pensa che faccia faceva quando si ritrovava sempre uno stronzo davanti al più bello.

E il Buddha penso' "ma qual è la metafora della vita che quando uno crede di aver acchiappato qualcosa si ritrova solo uno stronzo davanti?"

La lucertola entrò in depressione il Buddha anche.

La lucertola dopo tutta la giornata che tentava di acchiappare la mosca smise di tentare.

Giaceva ferma esausta sentendosi una lucertola fallita.

La mosca invece si sentiva molto furba.

C'era un ragno che faceva una ragnatela sempre nello stesso punto e passava un corridore e gli sfasciava la ragnatela.

Anche lui voleva acchiappare la mosca e si sentiva fallito.

Andarono dal Buddha a chiedergli consiglio e lui gli disse: " se credete che dipenda da voi morirete ."

Che brutto consiglio, che brutte parole, che brutto Buddha, che brutto mondo, che brutta storia, andarono in depressione ancora di più. 

Si immaginarono di morire di fame senza quella cavolo di mosca.

Un giorno il corridore tardò a venire e il ragno fece tempo a fare la ragnatela.

Lui credeva che sarebbe stata sfasciata anche quella ma invece il runner non era ancora passato e la mosca rimase rimase impigliata.

Il ragno fu contento e si credette furbo,  un ragno di successo, ma la lucertola vedendo la mosca impigliata si avvicinò e se la mangiò. 

A quel punto già che c'era mangiò anche il ragno.

E si credette brava più del ragno, e credette a stomaco piena di essere l'artefice del suo successo e già andava sognando di scrivere libri su come acchiappare le mosche e di briatoreggiare.

A quel punto il corridore che tardava a venire venne e correndo rapido mentre lei era satolla e contenta, la schiaccio' senza avvedersene.

Il Buddha dentro di sé riflette e quando gli chiesero qual era la morale di tutta questa storia fu ben cauto a parlare.

" Una morale vera e propria non c'è e se va la dicessi tronfio sarei sciocco come quei tre".

"E' semplicemente una storia zen del cazzo"

"Il punto  se devi trovare un punto, è quello che ho detto a loro tre, se non ti rendi conto che non dipende da te, e ti vanti del successo o ti deprimi nell'insuccesso fai una brutta fine".

"Ma sopratutto che la sfiga è in agguato soprattutto nel successo".

"E poi non so volendo proprio trovargli una morale è che se non acchiappi quel che credi di dovere acchiappare è perché in realtà il destino ti sta proteggendo".

Poi fermò il runner e gli disse cotali  nobili parole:

"Cazzo corri stronzo?"

E lui gli rispose davanti a tutti credendo di umiliarlo " io sono tre mesi che mi alleno e finalmente ho fatto il tempo che mi promettevo di fare, tu invece guarda che ciccione del cazzo menagramo che sei, con ste storie inutili  demoralizzi la gente, ma fai a fare un po' di ginnastica coglione!"

La nobiltà era di casa al villaggio e che dottrina!

E correndo tronfio finì sotto un camion.

Tutti si toccarono i coglioni e da quel giorno il Buddha fu giustamente considerato uno iettatore e nessuno volle più saperne delle sue storie zen.


domenica 13 agosto 2023

Il Buddha albero (polemica sul Buddhismo)

 E l'albero incontrò l'albero Buddha e così volle istruirlo:

''tu non sei le foglie, tu non sei le radici, tu non sei i fiori, tu non sei i rami, tu non sei il profumo, e nemmeno la terra.''

''Sono forse il sole che risplende sulle mie foglie?''

''No'' disse l'albero Buddha.

''Sono forse la pioggia che cade sulle mie foglie?''

''No'' disse l'albero Buddha.

''Tu non sei, non hai un sé indipendente, nulla in te è la sede legittima della tua identità''.

L'albero discepolo si indispettì e disse:

''Orbene io non sarei né le foglie, né le radici, né i rami, né i fiori, né i semi, né i frutti, né la pioggia, né il sole, se tu mi facessi la grazia di dirmi chi sono sarei contento.''

L'albero Buddha sedette tranquillo e rispose domandando:

''Se ti cadono le foglie d'inverno, tu cessi di esistere?''

''No poi ricrescono in primavera.''

''Se i tuoi fiori petalo dopo petalo si sfaldano tu cessi di esistere?''

''No tanto poi crescono le foglie e i frutti.''

''Se un frutto e i suoi semi cadono da te, tu cessi di esistere?''

''No anche quello certamente fa il suo ciclo e si riforma.''

''E se ti segassero del tutto, e togliessero anche le radici, tu cesseresti di esistere.''

''Si credo.''

''Vedi'', disse l'albero Buddha....

''Se una foglia o un seme e un frutto, ricresce su quello che chiami un tuo ramo, secondo te tu non cessi di esistere, se invece quel seme e quel frutto ricrescono su qualcosa che tu non pensi di essere tipo un altro pezzo di terra, secondo te tu cessi di esistere, eppure finora qui è pieno di alberi, e ognuno discende dai tuoi semi.''

L'albero non parve molto contento della risposta.

Per niente.

''Sai qual è il punto?'' gli rispose:

''E' che per gli dei e il mondo, si, il punto è semplicemente, che ogni cosa tagliata ricresce, che ogni frutto caduto e marcito porta in terra i semi e ricresce e ogni volta che il frutto muore, ed egli sul serio muore e crede di essere morto per poi dare vita a nuovi alberi agli dei e anche a me, viene sempre un sorriso, ed è con dolore che  lascio andare i miei frutti, ma se li tenessi sulla mia pianta essi marcirebbero e basta, e così per i miei fiori, io li amo, ma che amore sarebbe se non li lasciassi andare?''

''Tu forse non capisci, è che tutto ha un senso e se muore, è proprio per la semplice ragione che ha un senso, un fiore eterno, non porterebbe frutto alcuno.''

''Per ogni inverno una primavera, e per ogni primavera un inverno e credimi il vento è così carico di felicità anche e sopratutto d'autunno, perché è quello il momento in cui la vita rientra nel grembo di sua madre.''

''Quel che noi abbiamo imparato è che il mondo è in pace e dunque non ha fretta alcuna di mostrare ai semi e ai frutti che gemono e languono nelle pozzanghere d'autunno i fiori della primavera.''

''E' per questo che tace e non gli da risposte.''

''Tace perché è in pace.''

''Noi sappiamo che quando è il tempo è il tempo e che anche e sopratutto l'autunno e l'inverno sono belli e necessari''

''Chi sono o chi non sono è solo un problema semantico di linguaggio, non mi interessa della tua idiosincrasia per il verbo essere, io ti dico solo, che per ogni frutto che si stacca e fiore che cade, tutto ricresce, anzi, quello che il frutto chiama morte perché si stacca dal ramo, la terra e il bosco lo salutano come nuova vita con grande gioia, e a dirla tutta, anche con molta indifferenza dei suoi lamenti, e forse ora capisci il perché.''

''Questo io so, questo sa il bosco, questo sanno le foglie, il vento e la pioggia e credimi, pur non sapendo chi siamo questo per noi è sublime beatitudine.''

''E tu anziché coglierne la meraviglia vorresti bloccare tutto questo chiamandolo samsara solo perché ogni essere geme e si lamenta ad ogni nuovo cambiamento?''

Il Buddha albero chiese pacatamente quale fosse la religione dell'altro e non fu più così convinto della sua.

In compenso nel suo intimo sorrise sul serio.




venerdì 11 agosto 2023

Una rosa rossa

Mentre la macchina
si muoveva verso l'ospedale,
io ero sfinito
esausto il mio cuore,
foderato di dolore,
chiuso nelle vergini di Norimberga
delle notti di solitudini,
con il pupazzo che mi avevi regalato.
Eppure ti ho amata
i miei occhi sfiniti
erano chiusi,
mentre vedevo una rosa
una rosa che risplendeva
oh se risplendeva,
nei suoi colori
era pura meraviglia,
mentre i contorni del dolore
si fondevano a quelli
dell'amore
e si scioglievano nei riflessi cangianti
di lei assisa
così vicina al sole
e del mio amore
che si apriva
come il cielo azzurro al di sopra.
E sempre più azzurro
si apriva
sempre più immenso e libero
mentre le spine del cuore
cessavano di sanguinare
io chinavo la testa
in quella visione.
Tu mi parevi il sole stesso
e io ti amavo
nell'immensità dell'azzurro che si apriva
sopra quella rosa.
Sfinito.
Il deserto del dolore,
si è riempito.
Oceani e cieli
sempre più grandi,
riempiono i deserti,
e quella misteriosa rosa
a brillare sempre più vicino al sole,
che brillava,
finalmente con un senso,
mentre le foglie gialle,
si staccavano
dal viale alberato
già in piena estate.
Forse folgorate
dalla potenza
di quella luce?
Che i tuoi capelli biondi
possano brillare per sempre.

giovedì 10 agosto 2023

Prometeo

Triste è la stella
che brilla solitaria.

Ma se sapesse
quali ombre essa getta
sui sassi nel deserto,

ne sarebbe confortata.

Esse formano una via
il sentiero delle stelle
è buio nella valle del Sirhan,

gioioso il fuoco
brilla nella valle,
il mio sonno non è più leggero,
ma pesante pieno degli incubi di Prometeo.

La luce del fuoco mi farà perdere
il sentiero che mi porterà
nei giardini di stelle degli dei.

Sorseggio il mio the ebbro
del mio essere figlio del fuoco.

E sogno.
Inchiodato alla rupe tarpea
lui geme lontano.

Il sentiero del cielo è figlio
delle ombre dei fantasmi di altri mondi,
la luce intensa del fuoco ci avvolge
nel nostro,

e più non troveremo la stella
e il trono.

Nessun grattacielo
e miracolo di acciaio,
nessuna astronave
ci condurrà agli spazi profondi
cui eravamo destinati.

Scivolano i fiori nell'aria sottile.

In sogno sono salito sulla rupe
per portargli acqua di conforto
e ho visto le catene e l'aquila,
ma lui non ho trovato.

E allora compresi la natura delle  disgrazie
della mia vita
sciocco che non sono altro
Prometeo 
sono io.



giovedì 3 agosto 2023

Le libellule

 La libellula si muoveva inebriata nella luce del giorno.

Muoveva le sue ali e stazionava su un fiore al limitare del ruscello sopra un fiore azzurro.

Il discepolo dello shaykh chiese al maestro:

''Guarda come è felice, sono sicuro che è felice lei è troppo rapida per farsi raggiungere dalla sofferenza, dal pensiero della morte, dalla tristezza.''

''Eppure ella non crede in Dio né nei profeti.''

Lo shaykh taceva.

Le libellule correvano  sul ruscello, il loro mondo era l'acqua, l'acqua scintillava e il sole sopra gli era sconosciuto.

Il sole brillava oro nel mare del meriggio, l'azzurro, carezzava le cime delle querce.

Ma nel profondo, sotto le querce la libellula correva, aveva solo pause quando si posava sui fiori, poi si fiondava frenetica dietro un profumo o un riflesso di luce nel ruscello, si avvicinava, e cercava di coglierlo.

Lo shaykh era di poche parole.

''Ti sembra felice?''

''Ti sembra in pace?''

''Non lo è''.

Disse.

''E' simile a te.

Ella cerca la luce nei riflessi dell'acqua che scorre del ruscello.

Il suo cervello è sciocco come il tuo.

E' molto fragile la sua felicità, basata, sui riflessi di un rivo d'acqua.

Ad ella sembra di vedere un sorriso un volto amico, uno scintillio ed è già sprofondato giù nel profondo della valle.

Essa soffre come te.

Non si da pace degli scintillii che erano un attimo, e poi non sono più.

Le sue sorelle gli sussurrano (credendo di esser sagge) che ella dovrebbe abbandonarsi alla corrente e seguirla, invece di cercare la luce nel punto preciso del ruscello in cui si era materializzata.

Le sue sorelle non sono neanche loro in grado di cogliere molto.

Il sole sta sopra, molto sopra, sopra molto la capacità delle loro ali di raggiungerlo, ma se esse avessero un briciolo di intelligenza, se proprio volessero ammirare la luce nella sua magnificenza, che escano dal folto del bosco, che la piantino di correre dietro a quel rivo come se esso fosse la fonte della luce che però continua a scappare a valle.

In verità esse hanno avuto i loro profeti che hanno tentato di mostrargli ciò

Eppure esse si struggono di un riflesso di luce di un ruscello che scivola inesorabile verso valle e tu le chiami felici?

C'è un tempo, un eternità al di sopra molto al di sopra dello scorrere frenetico del tuo ruscello, o mia libellula, e c'è un sole che cangia senza fuggire e dileguarsi nell'ombra e fuggire come i fantasmi dei tuoi ricordi, i riflessi fatui e tremuli del sole, che tu ancora scioccamente cerchi in quel rivo.''

A questo punto fu il discepolo che rimase in silenzio.

martedì 25 luglio 2023

Il titolo lo leggi al fondo

Era stato cacciato dalla tribù dei djinn.
Il deserto gli feriva gli occhi.
Ciò che aveva ferito loro era la ''cosa''.
Aveva camminato scalzo su molte terre prima di sentire parlare nel suo stomaco gli antenati.
La sua tribù non gli aveva perdonato di avergli mostrato quella ''cosa''.
La carne era buona e in particolare lo stomaco ne domandava e quella degli animali non sempre bastava.
La sua tribù era cannibale.
Un giorno suo padre era morto e giaceva fra le macerie di pietra di quello che un tempo era stata la dimora  degli dei.
La tribù piangeva e le donne si battevano il petto, per superare il dolore doveva fare ciò che avevano fatto tutti, mangiare la materia organica di suo padre come aveva fatto dei suoi simili.
Era una tribù che aveva di quelle usanze.
Il sacerdote aveva sentenziato:
''se non te ne cibi non parlerà nelle tue viscere, se non parlerà nelle tue viscere non parlerà in te.''
Ma lui aveva osato mostrare alla tribù quella ''cosa''.
Dopo che ne aveva mangiato si le sue viscere erano diverse e il sole splendeva strano.
Gli sembrava che la luce ondeggiasse, e come un ghirigoro nel cielo gli sembrava danzasse.
Cominciò a fare una cosa inaspettata, cominciò a cantare e a danzare, di un lamento sensibile e struggente, i suoi simili non credevano alle loro orecchie.
Più gridava e cantava la sua nenia e il suo lamento più i suoi simili erano diversi.
Si facevano attenti.
Una ragazza ne fu particolarmente colpita e corse a lui guardandolo negli occhi profondamente.
Gli porse una canna con dei buchi.
Lui preso da quella cosa che sentiva nelle viscere soffiò istintivamente nella canna quasi che dovesse dare voce allo spirito del padre.
Emerse una cosa nuova, una cosa melodiosa che dava un significato al loro dolore e persino li affrancava da quel dolore, da quell'ottundente pressione sui loro stomaci e i loro cuori.
Era tutto magnifico e liberatorio, ma la tribù si sentiva diversa.
Ora si sentivano coscienti.
Lui prese la ragazza per mano e la possedette mentre danzavano.
La tribù aveva cominciato questa cosa nuova della danza perché ora si sentivano coscienti.
Coscienti di esseri uomini.
Tutta la tribù aveva preso a lamentarsi cantare e soffiare negli strumenti.
Ora dalle viscere uscivano note pure che si contrapponevano al dolore cieco e sordo che foderava i loro cuori e si mescolavano persino con e loro emozioni, mostrando che con la nota l'emozione vibrava nell'aria liberando i loro cuori e rendendoli così liberi.
Il sacerdote era stupito e perplesso e sancì la cacciata di quei due sciocchi che si erano incontrati in un amplesso facendo loro sentire quei suoni melodiosi.
Il ragazzo aveva preso parte alle vecchie usanze cannibali della tribù, ma poi quella ''cosa'' chiamata ''musica'' era uscita dal ventre di quel giovane ragazzo e della sua nuova compagna e l'intera tribù danzava e si contorceva fino alle lacrime, i toni puri di quella magia musicale erano una blasfemia nuova perché insegnavano tante cose, tante cose ''così meravigliose'' che anche il dolore poteva essere bello, sopratutto esistevano i toni puri.
La tribù spaventata disegnava note numeri e lettere nella sacra polvere di sofferenza del deserto.
Stavano già imparando a leggere e scrivere e a fare di conto. 
''Questo non è permesso!La vita e la morte devono essere separate!'' urlò il sacerdote.
E cacciò il ragazzo e la sua giovane  nuova compagna.
Adamo ed Eva essi si chiamavano.
Così disse il sacerdote alla tribù dopo che li ebbe cacciati:
''Il serpente ha voluto renderli simili a Dio, ha insegnato loro l'esistenza dei toni puri, già essi si guardano e non vedono carne e sofferenza, né solo il disperato abbagliare del sole del deserto, ciò li distruggerà perché essi hanno avuto vergogna delle loro stesse carni di fronte al sensuale ritmo delle loro voci, di fronte al tono puro  essi hanno creduto di essere simili a Dio perché il loro cuore danzava di gioia nel buio della morte.''
Eva porse ad Adamo il flauto, ed egli lo suonò.
E come il suono era magico, gli occhi di Eva piansero e si aprirono, e lo vide per quello che era e lo amò.
Adamo non si capacitava del suo amore, né Eva della sua musica.
Egli le porse un cencio per asciugarsi le lacrime ma lei se lo mise sul sesso che lui le aveva penetrato, pensando che...
''così era struggente quella musica che adesso ho capito''.
Aprì gli occhi.
''La mia carne porta in grembo sia la vita che la morte.''
E ne fu turbata e si coprì.
Forse il sacerdote aveva ragione, non dovevano fare ciò che avevano fatto, ma oramai era troppo tardi, i toni puri erano penetrati nei loro cuori.
''E Dio aveva permesso loro di cibarsi dell'albero della vita, ma non dell'albero della conoscenza del bene e del male.''
''La vita dipende dalla morte'' le disse Adamo con occhi vitrei mentre lei si copriva il suo sesso sentendo che la morte era entrata da lì.

Titolo:Musica peccato originale