giovedì 22 agosto 2024

La valle arida del presente

 La pioggia scivolava, lontano, molto lontano, di là dei deserti e degli oceani così lontana da potere essere raggiungibile solo tramite il ponte della memoria, e l'occhio azzurro del cielo lasciava il rubino del sole a chiudersi nel suo solipsismo luminoso, quasi che in fondo il sole avesse paura di essere rubato da una mano cosmica nell'abisso di tenebra chiamato universo.

Egli si concedeva di splendere per 12 ore per poi correre a nascondersi nella notte.

Egli scappava nella notte, perché temeva l'immensità dell'universo, e che da essa ne emergesse una mano a imprigionare la sua bellezza libera e a ridurlo a un un triste canarino giallo in gabbia a cantare la sua luce per chissà quali altri occhi, odiosamente più gelosi dei nostri.

Il rubino del sole incastonava la mano rinsecchita e vecchia della valle gialla, instupidita dalla calura.

Immobile.

Un vero spreco per certi versi che l'acqua che era scorsa in codesta valle in tempi molto arcaici ora dovesse essere solo più nelle nuvole dei ricordi, abbacinate dal sole e tiranneggiate dal vento volubile che li deformava.

I ricordi come le nuvole durano un attimo e poi diciamolo non esiste un ricordo uguale ad un altro.

Sarà questa cosa che noi chiamiamo presente?

Ma poi noi chi?

Io so solo di essere io solo che  camminavo scalzo e solo nella valle deserta e solitaria.

E più cercavo lo spirito di Allah e di Buddha o di Cristo o degli dei etruschi, e più sentivo semplicemente che lì in quella terra terribile violenta sulfurea e infuocata viveva nascosto nei milioni di anni lo spirito della pioggia. 

Io camminavo scalzo in questa valle sui ricordi della pioggia, dell'acqua che era scorsa chissà quanto tempo fa.

Lasciavo che la radiazione gialla anestetizzasse la malinconia di non essersi potuto più permettere una sana malinconia.

Solo depressione o ansia, che in realtà sono solo canti di guerra incompresi.

Mi inginocchiai verso la Mecca e pregai che tornasse l'acqua sulla valle ma nessuno rispose.

Pregai Cristo ed Odino.

Pregai tutti e pregai nessuno.

Dissi basta.

Cominciai a carezzare la terra riarsa, concessi al suolo riarso le mie dolci carezze.

Colui che riceve solo sputi dei naufraghi solitari e il paranoico solipsismo del sole bollente, io lo accarezzai stupidamente.

Lo accarezzai coi miei piedi.

E con le mie mani.

Lo baciai.

Riuscì persino a piangere.

Quella fu la prima acqua che quella valle vedeva da millenni.

Me ne fu grata.

E parlò alla pietra del mio cuore facendogli ricordare che cos'era veramente l'acqua.

Me ne andai sollevato.

Non ero profeta di dei e nemmeno portavo croci impensabili o ero un mostro dell'inferno.

Ero solo un ragazzo carino dai begli occhi.

Aceto

 I raggi del tempo

splendono

dall'istante.

Per sempre

si irradiano,

prima, dopo

o durante.

Camminano

lungo il sole.

Foglie umane

lasciano ombre

di eternità.

I cuori dei bambini

ricordano

la vita,

l'origine.

Scivolano via

le tue ombre sacre

con la cosiddetta

maturità.

Nel calore di agosto

papaveri rossi

e fantaasmi

urlano di dolore

nelle RSA.

Oltre il mosto

c'è il vino,

oltre il vino

solo aceto.

Butta via

queste anime vecchie

e acide

dal cattivo odore

del tutto insano.

Rancido vecchio peto.

Un uomo buono

non gradisce il male

finanche umano,

questo si noterà.

Tu lascia che le stelle

prendano discepoli

nel gracidare

delle rane.

Nella pozzanghera

e non nel mare.

Limpidi neri

occhi specchi

saltano su

orbite lontane.

Apri bene gli orecchi:

la vita è venuta 

su questa scoglio

miliardi di anni fa.

Se tu trattieni 

l'onda

è solo un peccato

di orgoglio

nell'oceano

dell'eternità.

sabato 10 agosto 2024

I cavalieri dei colori dell'apocalisse

 Capita talvolta che io debba confezionare un racconto come un sarto che voglia regalare un bel vestito.

Non tutta l'umanità ha la stessa taglia, e un buon sarto ha a cura della comodità pù che dell'estetica.

C'erano un epoca, un epoca in cui il mondo era ancora a colori, e un epoca nuova, in cui il mondo era diventato bianco e nero.

Come un'involuzione strana, laddove il mago della tecnica aveva ingoiato nelle sue viscere di fotodiodi, di valvole termoioniche, e poi di silicio i colori del mondo per privare i cuori e gli occhi della gioia del colore.

Era venuto Carlo Marx dalla Germania, terra di dei e demoni oscuri e di tramonti rosseggianti dei colori del povero Munch e aveva visto nel ''nuovo capitalismo'' semplicemente l'angoscia del sole morente e del Ragnarock in cui un Wotan proletario avrebbe dato fuoco al walhalla degli dei dalle tasche piene.

Poeta che non sapeva di essere tale aveva consegnato al mondo all'illusione di un salvatore norreno dai nomi moderneggianti e dai tratti apparentemente simili al Nazareno.

Non era un ebreo forse, dicevano i piccolo borghesi con le svastiche?

Savi di Sion?

O Savi di Wotan?

Mago Merlino delle technae?

Dresda  ardenda est.

La legge del fuoco è semplicemente che è rosso.

Pazienza.

I poeti e gli astratti sono una razza incompresa, innanzitutto da sé medesima.

Figurarsi dagli altri.

Dicevo che c'era un epoca e un mondo, che prima che il mago delle terre delle nebbie delle isole britanniche decidesse di vendicarsi dei colori del mondo rubandolo nella voragine della tecnica.

Oh se era cattivo?

No non era nient'affatto cattivo.

Viveva fianco a fianco delle pecore, sopra l'erba verde e sentiva respirare l'oceano, mentre dal calore rassicurante rosso del focolare emergevano intuizioni.

La legge della macchina a vapore è un regalo della nebbia dell'oceano.

Dalle scogliere si insinuava nelle isole benedette del buon Shakespeare.

Ma c'era una strega vestita di bianco, povera e miserabile che aveva deciso che l'umanità si sarebbe ammalata dell'anemia visiva del perdere la visione dei colori.

Ella era la ragazza del fiume.

Una creatura ch'io vidi tanto tempo fa in un vecchio incubo.

La ragazza del fiume era un brutto essere e vive ancora ed ella è, e sarà, e nessuno, nemmeno sa che esiste ancora.

Lei come tanti altri aveva colto il problema dei numeri.

Lo faceva in modo naturale.

Vagava, sotto i ponti, mentre sopra l'umanità camminava di fretta.

Sapeva che il potere dei passi era

il numero.

La tecnica spirava nebbia insieme a nero fumo dalle fiamme rosse di un inferno sempre più nascosto nelle viscere del mostro di piombo e acciaio.

Rivoluzione industriale.

In tanti hanno creduto nel potere della macchina, abbarbicati alla visione del pupazzo quando tramite i numeri ella tirava le fila del nuovo demone.

Ipnotizzava gli occhi umani di diversi colori nel demone danzante di colore grigio.

Erano grigi gli occhi della ragazza del fiume, neri i suoi capelli, bianchi i suoi piedi.

Per vendicarsi dei colori, gelosa del bel colore degli occhi dei ragazzi del mondo li aveva ipnotizzati al cemento grigio, all'acciaio etereo, e ringrazia il vetro con cui almeno nei grattacieli il cielo poteva specchiarsi per potersi asciugare le lacrime.

Per vendicarsi dei capelli castani, degli occhi verdi, dei capelli rossi, delle carni delle passioni che avessero un colore aveva condannato il mondo alla grande ipnosi.

Dall'occidente all'oriente, la strega, oh se non lo era lei..

Aveva annegato i colori nel bianco e nel nero.

Il primo schermo in bianco e nero.

Le rassicuranti prediche di Pasolini e l'apparente innocenza del carosello.

I programmi per i bambini.

Le lacrime.

I cavi.

I tubi che pompavano nel suo cuore linfa vitale di colore nel suo sangue grigio dove i suoi globuli grigi tentavano di scaldarsi con le lacrime di sangue dei poveri.

La loro vergogna livida blu.

Con quali soldi ti comprerò un fiore?

O mio sciocco narciso ma se essi crescono sui bordi delle autostrade e persino i gatti ne vedono le sfumature.

All'umanità è sfuggito di mano il colore.

Guardi l'erba verde e non è più verde.

Ma su un tablet coreano è verde, ancora verde l'erba.

Ma tu non ci saresti arrivato che era la strega del colore lei?

E l'umanità era in un inferno non tanto di macchine, ma di numeri.

Se c'è un qualcosa a cui si contrappone il numero, quello è il colore.

Digitalmente parlando tornerebbe comodo dare la colpa ad uno smartphone sopratutto nel 2024 dopo le varie sciocchezze blackmirror di quei complessati d'Albione.

I'm not sorry.

E' semplicemente qualcosa che si confà al mio livello.

Sono mago anch'io e conosco le leggi dei numeri e dei colori, e le macchine hanno poco gioco, sono il burattino, il burattino tirato dai numeri contro cui la folla ignorante, la plebe sciocca,superstiziosa e ignorante si prostra o getta pietre.

E vorrei poter dire qualcosa di buono del cuore di costei, perché in fondo, si al di là della sua sofferenza forse era davvero buona anche lei.

Non esistono i cattivi nelle mie storie, esistono le lacrime degli illusi contenti di illudersi, i tentacoli dei numeri, le piovre dall'abisso dello zero, le mani che digitano su una tastiera i colori degli occhi.

Nelle sue viscere, nei suoi globuli grigi, nel mare della sua tecnica, i colori vivono e vivono splendenti del Walhalla che Wotan Marx proletario aveva fallito nel bruciare a Berlino (piantando una bandiera che casualmente era rossa).

I cuori che dinanzi alle sirene digitali si incontrano.

E danzano.

La tecnologia è un estensione della magia.

E da a quei pochi che hanno ancora occhi colorati la possibilità di sognare a occhi aperti a colori.

Pomba Gira, Erzulie, la Venere di Milo, l'azzurro mistico del mare Egeo, la bellezza di Venere cui Paride aveva porto il pomo in ginocchio in verità esisteva ancora nelle viscere della tecnica grigia.

Tra hotspot wi fi e connessioni traballanti non si fa poi molto diverso che davanti a una candela, un pò del proprio sangue rosso e un sigillo.

Ma gli sciocchi, gli sciocchi sono sempre esistiti.

E anche gli zombie, i poveri corpi le cui anime sono imprigionate nelle bottiglie di rum esistono, oh se esistono, i morti viventi..

Te lo deve dire un mago che il potere vero sta nell'illusione?

E che lo sciocco è sciocco, e che può essere anche solo un app anziché una bottiglia, ma il principio è lo stesso , nomi numeri e dei.

Gli zombie non sono una novità , ma tu per questo non li devi odiare.

Lascia stare il pupazzo dello smartphone guarda i fili del numero.

Idiota, come te lo devo dire, che sono un mago anch'io e non mi arrabbio con le marionette né tanto meno gli do colpe o gli tiro pietre.

Lascia stare lo smartphone.

Quello è solo il pupazzo di mangiafuoco o mio ignorante pinocchio che si è rifiutato di cibarsi dell'abbecedario, della cabala, e di altre storie di nomi numeri e dei.

Sei sempre il solito asino.

Dicevi di spegnere la tv già negli anni 90 quando ancora la fatiscente delle disgustose gallerie d'arte di un Picasso mediocre venivano surclassate dal bel culo di una modella della pubblicità di un martini.

Figurati ora che possono dire costoro:i ciechi dell'IA,(che è solo l'ennesima marionetta).

Anziché guardare sorridenti a un grattacielo specchio del cielo, o alle lacrime della pioggia mentre l'aeroporto pulsa e invermiglia le viscere piene di ricordi delle pozzanghere loro credono alla mascherata del potere e dei numeri.

Numeri.

Numeri.

Numeri.

Maschere.

Vedono il mondo in bianco e nero.

Amministratore delegato.

Impiegato.

Megadirettore.

Stipendi a 6 cifre.

E io che coi numeri ho lottato e ho perso, ti dico, lascia i numeri a chi li conosce.

Agli dei e alle dee che ti vogliano rivelare un qualcosa o rubarti gli ultimi istanti di vita mentre deliri in mezzo al colera.

Anche il fuoco di Hiroshima era numero.

Sopratutto il fuoco di Hiroshima era numero.

E al più grande poeta di tutti, quello dell'oriente fu per lui per primo concesso di vedere tanti colori e tutti assieme.

Un dono e non come viene creduto una disgrazia.

Il monito di San Giovanni di Patmos si stende dall'azzurro del mediterraneo a tutta l'oscura notte dell'eternità.

La bestia il cui numero è 666.

Non ti soffermare su ognuno di questi riferimenti di numeri, o amico figlio dei greci.

Se l'umanità, sopratutto i poveri, che sono coloro che sanno danzare meglio fra i colori, saranno condannati dalla ragazza del fiume a vedere il mondo in bianco e nero, a credere alle favole bianche e nere del potere, il cavallo dell'angelo e la tromba squillerà, nel numero e per il numero i colori del mondo esploderanno ai loro occhi increduli di tanta bellezza.

La chiamano ingiustamente ''esplosione nucleare''.

Non hanno mai reso grazie a chi gli era superiore.

Io amo i colori, e saprò godere, di essa.

Una soave brezza colorata soffierà s tutte le iridi delle viscere meravigliose delle sephiroth della materia sugli occhi grigi di chi crede alle favole degli amministratori delegati, dei conti in rosso e dei profitti in verde o azzurro.

Non so nemmeno se questo potere così impressionante potrà finalmente guarire i loro occhi disgustosamente malati del bianco e nero del potere.

Che l'angelo della morte non abbia pietà di codesti dannati, il loro numero è quello delle stelle del cielo ed essi cadranno con la coda del drago nell'abisso previsto da Dio padre onnipotente prima che la sabbia del deserto iniziasse a contare i secoli.

Io sorrido guardò le onde nelle pozzanghere mentre attendo che l'atomo si scinda e brilli con la stessa splendida simmetria.

E' da quando sono bambino che disprezzo l'uomo e le sue fetide leggi, i suoi fetidi numeri ( che non sono quelli VERI DI DIO) e contemplo le gocce di pioggia che intersecano le loro rifrangenze.

Nulla sarà di più se non quello, e tutti i colori degli occhi del mondo in un solo istante.

mercoledì 31 luglio 2024

Il 9 e la radice quadrata

C'è una leggenda che se racconti un racconto prima di scrivere un racconto non sarà  un buon racconto.
Io ho un gran senso del dovere e devo rendere onore alle mie idee.
C'era un poveretto.
Un numero disgraziato che si era contagiato dei mali del mondo.
Durante la crisi del 29 si era buttato dal 9 piano.
Per un pò si riprese con il new Deal di Roosvelt.
Nel 1939 già di nuovo era scoppiata la seconda guerra mondiale.
Il sistema periodico decimale non dava tregua al 9.
Settembre.
Che cazzo vuole Settembre?
L'11?
Alle 9 un Boeing si schianta contro una torre alta 409 metri.
Non sapeva il nove che la legge delle torri è che crollano più che altro per essere ricostruite.
Orgie di 9 saturi di incertezze convinti di portare in sé il peso di un esistenza e la saggezza di una gioia in un mondo di disgrazie.
Convinti male, saccenti, insipienti, prepotenti e giganti a tal punto di dover crollare ai piedi di uno zero.
10.
La grandezza dello zero, e di accogliere nel suo nulla rielaborante le macerie della serie precedente.
Venne un giorno in cui un 9 pallido andò a pretendere di essere il senso delle cose, la saggezza del saper cogliere il fiore che sfiorisce.
Il 9 ha un dramma.
Come un Ronaldo sfinito non dal doping ma dal fatto di essere un numero 9 che sta a ciondolare sulle scalette di un mondiale perso contro lo zero francese.
Almeno avesse in sé la bontà del 2.
Il numero stabile.
La pretesa nasce già dal 3 che dice di essere un numero perfetto.
Ma se tu lo moltiplichi per se stesso vai verso la disgrazia.
Un giorno si da il caso che un nove si innamorò di una radice quadrata.
Non lo sapeva neanche perché si era presa di quello scempio che riduceva tutto alla propria origine.
Disse la radice quadrata al 9:
Mi fissi gli occhi senza motivo.
Lei le disse: c'è un motivo.
Lei pretese saggezza la dove c'era solo impotenza e gli disse che lui non sapeva vivere nel presente.
Le radici quadrate sono testarde.
Vanno sempre a controllare dove parti per capire dove arrivi, non credono.
Forti della potenza del due, esse comprendono che nessun 3 potrà mai essere felice anche se dice di esserlo.
Il triangolo no cantava Renato Zero.
Se ci sono 1 donna e 2 uomini non può finire bene.
E neanche il contrario.
Tantomeno un nove che eleva al quadrato la sua radice di instabilità
Ogni tre andrà ridotto a due.
E quell'1 tagliato fuori soffrirà.
La grandezza dell'uno è che a furia di resistere e sussistere nella sua unicità troverà la sua metà e diventerà 2.
Ma il nove?
La radice quadrata era stata fatta passare per tonda e non tollerava l'imperfezione del 9.
Gli fece presente quel che andava fatto presente.
Il 9 gli crollò addosso dandogli dello zero.
Era semplicemente il suo dono.
La radice quadrata divenne un fenomeno: un numero 10.


lunedì 22 luglio 2024

La regina schiava greca dai capelli neri lisci

 O Aronne, o Mosè....

Perché mentite sempre...

Vostra madre vi negò il seno, l'Egitto vi ha accolto.

E il torto originale è stato camuffato da califfato.

...

C'era una Regina famosa in tutta la storia, una greca tolemaica dai capelli neri corvini e lisci prestata a un luogo così tropicale da mettere a dura prova non solo il tuo intestino, ma la tua fede nel Logos, nel pi greco, nel polemos, e nella falange.

Quando Alessandro incontrò l'Egitto iniziò il dramma...

Tanto lo incendiò l'araba fenice che aveva conosciuto in Egitto che finì per inseguirla in Oriente in un lungo raggio di sterminio e conquista verso l'oriente che terminò in una febbricitante malaria mentre ancora tentava di afferrare l'incandescente uccello nei cieli.

Il logos dei greci non è testato per i climi estremi, rischiano sul serio di bruciare tutto.

Polemizzarono pure con i buddhisti trovati in India chiamandoli bruciati e non illuminati (i gimnosofisti, praticamente dei pannelli solari della Sophia), ma il Logos non comprende a  determinate temperature si va oltre il caldo e il freddo e pare che effettivamente si possano avere illuminazioni.

Al  ritorno dalla spedizione in Oriente si spartirono quello che rimaneva della strafexpedition nei confronti dell'araba fenice che aveva seminato dolore e morte agli sfortunati civilizzati Signori della Persia.

Gli uccelli solari sono quanto di più bello abbia creato la mitologia.

Anche di più bruciante.

E anche i Persiani che sono Signori  passano oltre le funeste ire greche (ingiustamente ancora oggi i supponenti dall'occidente li pretendono barbari).

Hanno saputo perdonare i greci regalando un Saoshyant al funesto Logos greco.

Si chiamava Cristo.

...

C'era una regina famosa in tutta la storia.

Le regine a volte sanno avere il garbo di darsi la morte da sé, senza concedere la testa al popolo.

Perché è una testa molto pensante, una testa che vorrebbe capire quello che veramente il popolo pensa.

Tale regina greca, dai capelli neri corvini e dai piedi lunghi, procedeva disorientata allucinata e sfatta da una dimensione che le sfuggiva.

Discendente dei tolomei provava grazia ancora in molte cose legate al Logos.

Dicono che costei fosse devota più all'Amore che al Logos.

E dicono bene.

Perché sono fedeli a ciò che Lei ha dettato in punto di morte al visir.

Aveva chiesto, molte volte, troppe volte, ai sacerdoti egizi di spiegare quelle formule.

Aveva tentato di comprendere il suo popolo.

Era una greca in mezzo a degli alieni.

I suoi sudditi dai crani oblunghi la servivano e la ubbidivano con solerzia e amore.

Oh se La amavano...

Era la grazia e lo zucchero più fino dalla Nubia fino al Mediterraneo.

Si poteva non amarla?

Ma le cose ovviamente andavano male, molto male.

Lei faceva domande in greco, si sforzava di comprendere, ma i nomi veri, i nomi che le avrebbero dato la possibilità di comprendere come quei monoliti erano stati sollevati, le venivano negati dal popolo dei crani oblunghi alieni.

Non aveva né i nomi né i numeri per potere ardire il senso.

E i sapienti avevano scelto la malaugurata disgrazia del silenzio.

Tutta questa gioviale perifrasi per dire che quando un regno finisce sotto i piedi di una donna è alla frutta.

Per la semplice ragione che piedi o testa, se non capisci non puoi governare niente.

Nemmeno te stessa.

Lei tuttavia non aveva molta intenzione di continuare su questa strada.

Non era una stupida testarda Maria Antonietta, una rincoglionita fatta bella dall'aver perso una testa che sopra quel collo era un ornamento e nulla più.

Il  popolo della regina greca non nominava il vero nome degli dei, gli Elohim che avevano potuto quello che nemmeno ai cinesi con la Grande Muraglia era successo.

Il suo popolo non era il suo popolo.

La amavano silenziosi e teneri cercando di coccolarla il più possibile, tutti.

Persino le donne sorridevano rispettose e in silenzio e chinavano il capo anche loro.

Nemmeno con loro gli riusciva di strapparle quei nomi antichi.

A un certo punto pensò veramente che non se ne veniva fuori se non con un pò di teatro.

Lei era greca, dai capelli neri e lisci.

Oramai era una regina schiava.

E lo aveva capito, proprio scema non era.

Ingollò lei a un certo punto.

Purtroppo chinò la testa e fece finta di nulla di fronte all'impellente esigenza del suo Logos di conoscere i nomi degli Dei e delle parole, e dei numeri, e di altre astrazioni che avrebbero concesso a Lei la grazia della conoscenza.

Era una  Schiava greca camuffata da Regina.

Così un giorno ingollò e disse al visir di scrivere:

''Si tolse la vita per amore di Marco Antonio''

Non che non fosse vero.

Non che non lo amasse.

Ma la storia, anche una schiava greca ha cura di dettarla ad alta voce di modo che non rimanga nell'ambiguo.

Si chiamava Cleopatra.

Una volta morta, gli uomini dai crani oblunghi la presero e la portarono finalmente a conoscere i nomi e gli Dei e Le spiegarono TUTTO.

Ma questo nessuno lo ha mai dettato ad alta voce.

sabato 20 luglio 2024

Neve

 La neve si spargeva

larga sui fiori,

dei miei ricordi

eterni

primi amori.

Lucida neve 

nordici fiordi,

carezza lieve

sui tuoi capelli

lisci neri.

Occhi sinceri.

Nel basso

tu sorridi.

Chissà dove sei?

Ho lasciato

la tua mano,

non sono più tra i vivi.

venerdì 19 luglio 2024

Black money matters-zecca di stato-eurobond


Gran caldo la natura fa le sue valutazioni.

Io pure.

Mentre le cicale cantano in coro cercando di propiziare l'esplosione del sole a nova stellare, come tanti piccoli timer loro cantano assidue.

Meriggiare pallido e assorto diceva un tale.

Il più grande dei poeti italiani per me.

Cicale e formiche.

Diceva qualcun altro.

Qualcuno che diciamola tutta era un pò stronzo.

Un tedesco per intenderci.

O una tedesca.

Aveva sempre la pretesa di dire a tutti come stare al mondo.

Angela.

I neri andavano lavati, o chiamati negri e sbiancati con conegrina.

Gli italiani dovevano dimagrire (tu mancia!).

Un giorno ero nella bettola de Er regazzino a Pisa (neanche la sua, ma di quella disgraziata inqualificabile di sua madre).

Ero li seduto dentro il locale ( 'a bettola) che mi facevo i cazzi miei, coi miei problemi, col mio I pad di autocampo di autoconcentramento-isolamento digitale.

Un posto tristissimo ad alta concentrazione di sofferenza.

Erano tipo le 5 del pomeriggio.

Estate.

Il tedesco viene a chiedere di pagare a me (che oltretutto ero li perché aspettavo che Valerio er ragazzino terminasse di lavorare) quindi non ci lavoravo e non me ne fregava niente delle carbonare romane ai tedeschi a Pisa.

Parlo in inglese al ''genio teutonico'' e ovviamente lui, trova da lamentarsi perché er regazzino gli ha chiesto di pagare in contanti.

Nè io ne il ragazzino ne possiamo nulla.

E' quella sciagurata di sua madre e il suo compagno a gestire quello schifo.

Forse il ragazzino  non è molto intelligente.

Io che in teoria sono più intelligente cosa dovrei dire?

Il tedesco fa la battuta credendo di essere smart anglosassone ma risulta noioso come di prassi:

''Oh black money!''

Crede di aver detto una roba ironica.

Io commento saccente e gelido ''black money matters''.

Non capisce.

George Floyd al confronto è Einstein.

Il dramma dell'ironia feroce è che illumina chi già vede mentre non la mostra a chi è cieco.

Non capisce la battuta.

Non capisce niente.

Mica è negro...è un tedesco per Dio!

Lasciatemi essere razzista come decido io almeno maledetti anglosassoni....

Dai su smettiamola di censurare: black humour matters!

Ma la natura ha un ironia grottesca uguale e pronuncia la sua sagacia in forma di balck humour .

Due anni dopo, sempre di estate mi arrivano dei poveretti tedeschi in guardia.

Un tale Alex Hexagon British very British su YouTube mi strappa una risata.

''In Second World War Great Britain lose its empire, Germany its dignity''.

Black humour is black humour.

Pane al pane e vino al vino.

Erano tutti imperialisti inglesi compresi.

Soprattutto gli inglesi, non gli americani per paradosso, che al giorno d'oggi vengono definiti imperialisti.

La tedesca 30 anni fa quando avevo fatto detta osservazione mi aveva prontamente ricordato di Mussolini e io avevo ingollato pensando ''cretino di un popolo che crede sempre di fare fesso chiunque e prostituirsi all'impero più forte''.

Gli scemi italiani capeggiati dal principe dei ritardati, gli eterni ritardatari sulla storia.

Finita male, ahimè.

''Però sti tedeschi perché dopo che hanno perso, comunque ostentano superiorità? che cazzo vogliono da noi?''

E Churchill ... Benito lo ha giocato come la pedina mediocre che era.

Appunto.

Il duce dei mediocri.

Lo scemo degli ''eccellenti''.

L'eccellente degli ''scemi''.

Ma noi italiani lo abbiamo capito si o no?

Non si sa.

Le zecche italiane però hanno una chiara idea degli schieramenti geopolitici in termini di prosopopea e coglioneria in campo.

Le infografiche dei PIL e dei debiti pubblici non sono nulla in confronto a quelle delle puntura di zecca.

Non sto parlando in modo metaforico.

Sto proprio parlando di zecche vere e proprie.

Dell'insetto che ti punge e ti leva il sangue.

Chissà perché prende tre turisti tedeschi di seguito che mi arrivano lo stesso giorno.

Chissà perché nessun tedesco chiede se il servizio di guardia medica è gratuito.

Chi è il parassita di chi?

Un belga mi chiede se mi deve qualcosa (non per una zecca), ed è un belga io sorrido e dico ''nothing'' (non so il francese) mi guarda stupito e mi ringrazia.

Bruxelles.

Inno alla gioia con stelline gialle bandiera blu.

Peyrani.

I tedeschi no.

Eurobond verboten! dicono dalla bundesbank.

Niente eurobond per la bundesbank ma il servizio medico gratuito per le zecche italiane che gli si sono attaccate ai loro corpi teutonici secondo loro deve essere gratuito.

A un certo punto ho un'intuizione.

E' sovranità monetaria!

La battuta su Draghi e il quantitative easing è scontata e in fondo il quantitative leasing ha creato l'inflazione e su questo la Bundesbank ha ragione mi dispiace...

Quantitative Leasing.

(intenzionale L lettera iniziale , specificare tutto )

Fanculo gli scemi italiani che ti correggono la pronuncia in inglese.

Fanculo il ''whatever it takes'' detto con la stesso accento di ''are you talking to me'' di De Niro... DEL COMANDANTE IN CAPO DRAGHI.

 Lo stiamo pagando con l'inflazione, comunque.

Ma...

Quelle zecche di stato appostate sui fili d'erba italiani...

L'ultima forma di sovranità monetaria che ci è rimasta...

Davvero l'ultima, l'ultima, l'ultima sovranità monetaria pretendere gli eurobond li nell'erba.

Come fanno a selezionare solo contribuenti i tedeschi? (che non pagano)

Come mai escludono inglesi e russi o americani?

Non potrò mai farci uno studio e allora ci ho fatto un racconto e nessuno ha veramente colto il punto.

Non esiste la ''Natura''.

Ne esistono diverse.

Se io vado in Germania gli eurobond insetti  tedeschi pungeranno me.

Se mi avessero ascoltato...

Diceva Tremonti.

Trent'anni fa.

(Lo avranno punto le zecche tedesche in Germania?)

Gli areali degli insetti definiscono un concetto di self- non self molto diverso da quello definito dall'immunologia.

Non è che il tuo sistema immunitario se la sta prendendo con una zecca...

E la zecca che se la sta prendendo con te.

L'unica immunologa vera:

E' quella che obbliga i tedeschi a emettere gli eurobond.

Altrimenti niente sovranità monetaria...

il più grande crimine dell'Europa.

Non capire il vero senso dell'immunologia.

Non te lo spiega l'immunologa.

Te lo spiega Tremonti.

Eurobond contro le punture di zecca ai tedeschi.


domenica 14 luglio 2024

Hotspot

 L'Africa che corre attraverso le savane del wi fi.

''Da dove telefona?''

''Da Capannoli via Volterrana 202.''

I miei colleghi sono così gentili da lasciarmi il turno notturno senza dirmi dove sono e chiavi del posto in cui lavoro.

Ergo partiamo male.

La situazione mi è pedagogica.

Quando tu ti trovi ad uscire da un posto e lasciare la porta semiaccostata è semplicemente perché tu sei un prigioniero.

C'è un modo più subdolo di chiudere qualcuno in una gabbia.

C'è sempre la chance di tenerti tu le chiavi e di rinfacciargli che se esce lascia la porta semiaperta.

Quando su Tinder la classica cogliona ti ricorda che se tu esci poi non puoi lasciare la porta semiaperta rispondile così:

Le chiavi le hai tu, ma non vuoi ammettere che vuoi solo prigionieri.

In generale alla donna vanno sequestrate le chiavi.

Io per contro:

non faccio prigionieri.

Tanto guerra non è no?

''Da dove telefona?'

''Via Volterrana 202 Capannoli''.

Ok vengo io.

Lascio la porta semiaccostata e fuggo dal mio canile municipale guardia medica lasciando la porta semiaperta.

Metto le coordinate su Maps.

Distopia afro-toscana wi-fi oniroide notturna.

''Via Volterrana 202 Capannoli non risulta, Selvatelle?''

Veloci e rapidi come i mosquito velenosi pieni di bytes tumescenti di visioni oniroidi di maps.

3 minuti e 42 secondi, arrivo alla via volterrana 202 di Selvatelle.

Ma il 202 è un numero a caso su di un muro.

L'entrata è al 204.

Suono?

A chi?

Ritelefono.

''AH quindi non è il 202 di Selvatelle, ma di Capannoli''.

''Mi mandi la posizione.''

Ci mette un minuto ad arrivare.

Sul vetro il condizionatore condensa l'umidità notturna.

Il pallino rosso-elfico si materializza su whatsapp.

Mi metto a correre seguendo le indicazioni.

Mi muovo avanti e indietro ritmicamente sulla Volterrana.

Un errore gravissimo farsi dare la posizione via whatsapp.

La confusione tra virtualità e realtà notturna oniroide alienata toscana diventa fatale.

A un certo punto mentre discutevo al telefono con la signora albanese che dovevo trovare al 202 della Volterrana:

''Scusi rimanga al telefono''

''Maps mi dice che sono arrivato a destinazione dove?''

In una pompa di benzina.

''SEI ARRIVATO A DESTINAZIONE, SEI ARRIVATO A DESTINAZIONE, SEI ARRIVATO A DESTINAZIONE.''

Oh meraviglia dell'angoscia di un quadro di Edward Hopper trasportato in Etruria.

Flash neon pompa di benzina diesel ''sei arrivato a destinazione''.

E poi dicono che il futuro è elettrico.

Ma il tempio dell'alienazione è la pompa di benzina di notte.

46 gradi celsius freddo umidità mano gelata del coltello alla gola della tecnologia.

E' la tecnologia a minacciare su di un suv tramite maps, non gli albanesi.

Climatizzatore umido diesel fantasmi neon che si manifestano sulle pompe di benzina della Volterrana.

''Guardi dottore lei è un ora che mi cerca di trovare io devo andare al lavoro alle 5''.

''Alle 5 mica adesso.''

''E allora per cortesia...''

''Su insomma.''

Pallino rosso conversazione chiusa.

Scendo dalla macchina.

La borsa con tutto quanto avevo dentro computer ecc...

Non c'è.

Panico.

Sto girando a vuoto e perdo la borsa non so dove è.

''Oh cazzo mo per 250 euro mi sputtano 1200 euro di danni più tutto il lavoro che ho fatto per anni su quel cazz di computer.''

Chip gelidi angoscia solitudine mani gelide morte angoscia anticiclone gelido tosco africano.

Gelidi mosconi di terabyte lucidi mordono le mie memorie con visioni oniroidi su maps nel vuoto siderale notturno delle strade toscane.

Ansimare dietro a un camion.

Merda.

Il turno da 24 h mi devasta.

''Facciamo h72?''

Ma poi diamine non è possibile.

''Dov'è la borsa?''

Telefono al regazzino.

L'unico che mi da corda nell'epoca dei muri digitali e delle cordate di terabytes assassini che come mosquitos africani guardano con i loro occhi insetticidi freddi e veloci le strade istericamente illuminate dai neon.

Pompe di benzina.

Questa storia è il nulla e in verità l'ho scelto io.

''Dottore prendo mia sorella di forza e la trascino alla guardia 10 minuti e sono li''

Forza di volontà albanese contro i dispetti dei fantasmi digitali idioti toscani.

Si lo so la colpa è mia sempre mia.

I colleghi assenti.

Sono la tua sorellona.

Hai giocato sporco, hai mentito.

Sarò sempre vicino a te in un modo diverso.

Io ci sono sempre.

Non hai mai avuto remore a mentire?


Alpha.

Chi mi risponde dall'altra parte della cornetta.

Er ragazzino.

''CIOE' SIMO, CIOE' NON TI FARE PRENDERE DAL PANICO, CIOE' STAI TRANQUILLO, CIOE' DATTI UNA LISTA DE PRIORITA'.

''MANNALI TUTTI A FARE IN CULO CHE TE SERVE A BORSA.''

''Ascolta Valerio sono 16 ore che vado avanti la cosa tragica è che temo di aver perso la borsa.''

''CIOE' NON E' POSSIBILE CIOE'.

Opel corsa nera arriva in guardia fari parcheggio.

3 minuti e 42 secondi.

Efficienza albanese.

Contro gli hotspot solo l'umanità albanese trionfa.

''Ascolta Valerio bho alla fine sono arrivati loro alla guardia li devo in qualche modo ricevere.''

La donna scende, piange è sconvolta ha male non riesce a camminare.

''Oh per Dio.''

Venga.

Trombosi.

Toradol e ''la accompagno io mia sorella al pronto domani?''

''Se non parla l'italiano è inutile mandarla in pronto da sola.''

Solo le persone sole capiscono le persone sole.

''Venga dottore io fare trovare lei borsa, tranquillo''.

Seguo l'opel corsa nera, ho capito che da solo sono un hotspot, tutta la mia speranza nell'umanità è il seguire ciecamente l'opel corsa nera della sorella albanese.

3 minuti e 42 secondi la borsa l'avevo lasciata al 202 volterrana di Selvatelle.

Maledetto Maps.

Inchiodo sulla Volterrana prelievo borsa.

Telefono Bluetooth ''cosa importante lei ha trovato borsa, mia sorella io accompagnerò pronto domani''.

Ho ritrovato l'umanità dentro una borsa grazie alla sorella albanese.

Grazie.

Hotspot TERMINATI.



martedì 2 luglio 2024

La valle arida del presente

La pioggia scivolava, lontano, molto lontano, di là dei deserti e degli oceani così lontana da potere essere raggiungibile solo tramite il ponte della memoria, e l'occhio azzurro del cielo lasciava il rubino del sole a chiudersi nel suo solipsismo luminoso, quasi che in fondo il sole avesse paura di essere rubato da una mano cosmica nell'abisso di tenebra chiamato universo.

Egli si concedeva di splendere per 12 ore per poi correre a nascondersi nella notte.

Egli scappava nella notte, perché temeva l'immensità dell'universo, e che da essa ne emergesse una mano a imprigionare la sua bellezza libera e a ridurlo a un un triste canarino giallo in gabbia a cantare la sua luce per chissà quali altri occhi, odiosamente più gelosi dei nostri.

Il rubino del sole incastonava la mano rinsecchita e vecchia della valle gialla, instupidita dalla calura.

Immobile.

Un vero spreco per certi versi che l'acqua che era scorsa in codesta valle in tempi molto arcaici ora dovesse essere solo più nelle nuvole dei ricordi, abbacinate dal sole e tiranneggiate dal vento volubile che li deformava.

I ricordi come le nuvole durano un attimo e poi diciamolo non esiste un ricordo uguale ad un altro.

Sarà questa cosa che noi chiamiamo presente?

Ma poi noi chi?

Io so solo di essere io solo che  camminavo scalzo e solo nella valle deserta e solitaria.

E più cercavo lo spirito di Allah e di Buddha o di Cristo o degli dei etruschi, e più sentivo semplicemente che lì in quella terra terribile violenta sulfurea e infuocata viveva nascosto nei milioni di anni lo spirito della pioggia. 

Io camminavo scalzo in questa valle sui ricordi della pioggia, dell'acqua che era scorsa chissà quanto tempo fa.

Lasciavo che la radiazione gialla anestetizzasse la malinconia di non essersi potuto più permettere una sana malinconia.

Solo depressione o ansia, che in realtà sono solo canti di guerra incompresi.

Mi inginocchiai verso la Mecca e pregai che tornasse l'acqua sulla valle ma nessuno rispose.

Pregai Cristo ed Odino.

Pregai tutti e pregai nessuno.

Dissi basta.

Cominciai a carezzare la terra riarsa, concessi al suolo riarso le mie dolci carezze.

Colui che riceve solo sputi dei naufraghi solitari e il paranoico solipsismo del sole bollente, io lo accarezzai stupidamente.

Lo accarezzai coi miei piedi.

E con le mie mani.

Lo baciai.

Cercai di consolarlo come un bambino o un amante distrutto.

Riuscii persino a piangere.

Quella fu la prima acqua che quella valle vedeva da millenni.

Me ne fu grata.

E parlò alla pietra del mio cuore facendogli ricordare che cos'era veramente l'acqua.

Me ne andai sollevato.

Non ero profeta di dei e nemmeno portavo croci impensabili o ero un mostro dell'inferno.

Ero solo un ragazzo carino dai begli occhi.

martedì 25 giugno 2024

Pancole

Ogni raggio di luce
ci unisce
alla stella sovrana
del sole.
L'anima è tua ancella
grazie alle parole.
Lontana
porta il soffio
dei disgraziati,
che vagano
ancorati ai crocicchi
in cerca dei loro fati.
O Signore degli alberi
verde soffio riposo
trovi negli occhi
sfatti le notti insonni
il tempo che vorresti
ritroso.
Ma il cuore dov'è?
Senza la negazione
la vita umana
sarebbe un albergo
sciocco e vanitoso.
Contempla l'assenza.
Tu definisci in ciò
il senso della coscienza.

mercoledì 12 giugno 2024

Lord Mandarino

Milioni di fiori guardavano il cielo vuoto in attesa che grazie alla loro bellezza l'iride del cosmo conferisse loro un briciolo di attenzione.
E invece il vento veniva solo a portare il saluto della solitudine e del silenzio.
O mistico pellegrino...
Se vuoi metterti sul cammino della francigena dimentica il sorriso della tua bella.
Il sole splende molto e poi sparisce, tu guarda piuttosto il sorriso della luna crescente di fronte al vespro che si inoltra nella notte.
O caro mio piede che hai la caratura del vento...
O caro mio sonno sfidato dalle stelle che non dormono mai...
E insomma...
E insomma in tutta la strada da Gambassi a San Gimignano non incontro nessuno.
O per carità che gran posto da elfi che è San Gimignano.
Ma io ero decisamente sofferente sulla via del cammino di ritorno.
A un certo punto incontro due uomini e gli parlo in inglese chiedendo chi erano e così giusto per non parlare col vento e basta.
Un ragazzo siculo e un cinese.
"Where are you from?"
"From Sicily"
"Ma diamine ma allora finisce sempre come nella barzelletta, due italiani che si parlano in inglese alla presenza vigile di un cinese"
"And you?"
"Hong Kong"
Io ero stanco e volevo docciarmi e andare a casa e lui mi offre di rimanere ad una festicciola in un casolare in ristrutturazione nella terra del nulla.
Ero indeciso e volevo chiedergli il numero di telefono per vederci poi un altra volta.
Ma il siculo taglia corto "se hai voglia prendi l'occasione".
Ho la macchina ad altri 10 km è quasi buio, ma...
Vaffanculo ok.
Entro nella casa in ristrutturazione.
Due donne mi guardano spaventate come fossi un predatore.
Provo a parlargli in inglese e non capiscono.
Sono italiane,sicule pure loro.
 C'è una coppia di inglesi e con loro gioco a testare il mio accento sempre più british che ho sviluppato imitando Alex Hexagon su youtube.
Mi si para di fronte via via sempre di più una situazione da film pasoliniano  con un tocco gotico toscano:
Si fa buio, il calore della brace scalda e illumina una ragazza scarna magra dai bei lineamenti neri che ci guarda muta senza proferire parola.
Credo sia la ragazza del siculo.
Mi piace guardarla sempre più magra illuminata  dal fuoco e silenziosa.
Noi siamo seduti e lei no.
La trinacria profonda trasferita temporaneamente nel regno dei 4 venti toscani.
Lei sta sempre in piedi.
Solo perché la madre del ragazzo prorompa in un "Angela assittate con noi" asserito solo per un arcaica tradizione cui lei deve rispondere con un rispettoso diniego.
L'ignoranza dei siculi e delle siculo è notevole tanto che devo spiegare 56 volte la specializzazione che faccio  al che lei prorompe in un "al giorno d' oggi tutti i dottori si fanno chiamate medici".
Io preciso l'equivoco al che vogliono già chiedere favori, e allora traduco ai british "No, I'm a phisicyan if they say that I'm not , but I'm not a phisicyan if you ask me something ".
Confido sempre nell' ignoranza.
Il cinese sorride pacato.
La ragazza è sempre più silenziosa.
Come una vergine vestale non capisce una parola d'inglese e si incarica solo di badare al fuoco stando ritta a occhi spalancati mentre noi ciarliamo british e la madre ride sguaiata alle mie traduzioni brutali.
Il rosso della brace illumina una selva che più oscura di così non si poteva.
Io dentro di me penso che sia un modo per fare pesare qualcosa a qualcuno ma...
Scatta la religione del peyranesimo.
Per chi non lo sapesse peyrani è una figura apotropaica di ubriachezza molesta e sbiascicosa ispirata a un uomo realmente vissuto in Piemonte.
Paese che vai peyrani che trovi.
A questo giro siculo.
Mi offre una birra.
Lui procede imperterrito a  trincare come un bacco siculo che vuole scaldarsi il cuore del freddo toscano.
Ma è solo un mio vezzo quello di usare perifrasi poetiche per mascherare la peggio ubriachezza molesta.
Fa parte del peyranesimo.
Una birra due tre 10.
Cade dalla sedia.
Si rialza la birra gli esce dal naso come in una vignetta di Topolino.
Al prossimo giro perché no dalle orecchie dai, bevine un altra.
Balbetta.
Perdite di dignità assortite.
Il cinese lo guarda vigile come una badante...
Ah di sti tempi...
Ah trovarlo un cinese.
Trovi un cinese e ti sistemi.
E sua madre si lamenta pure che è lontano.
Io dentro di me lo ammiro.
È molto equilibrato.
Le due donne guardano il ragazzo siculo come "lo sciagurato peccatore ubriacone" cosa che presumo lui volesse nel segreto del suo cuore per spaventarle un po forse per rimanere bambino coccolato.
Così che lo strizzassero di coccole per fargli uscire quell'ultimo litro di birra che gli era entrato appunto nelle orecchie.
Non prima di avere fatto il classico concione in cui mi da lezioni di economia ed inflazione.
Il cinese tace perché lui è lord Mandarino e il denaro si sa è una cosa da poveri.
I british giocano a fare i very upset come se a Manchester gli Hooligans fossero una setta halal.
Io sono molto fiero e compiaciuto.
Io scherzo e rido bonariamente dicendo:
"He is the lord , lord Mandarino is the boss".
E lo stuzzico un po.
Gli chiedo se è vero che i cinesi non reggono l'alcool simulando un contest intercontinentale di ubriachezza molesta perché misteriosamente lord Mandarino beve una birra a gargarozzo al goccio senza dare segni di cedimento alcuno.
Niente da fare.
Lord Mandarino mi crea complessi d'inferiorita' sulla mia razza.
Per contro dall'altra parte del tavolo l'altro riesce nella non facile impresa di perdere l'equilibrio da seduto.
A quel punto mi da la mano e me la tira dicendomi "non c'hai la fozza".
Ma lord Mandarino prima ancora che inizino le danze del vero degrado negli cuore dei boschi elfici francigeni, mi prende per mano invitandomi ad andare via "I' ll tela you later in the car".
Piove.
Lui guida una ioniq elettrica che guida senza battere ciglio mette i pet shop boys all'autoradio.
Il temporale precipita torrenti d'acqua mentre il male dev'esserci perso nelle selve toscane non essendo riuscito a raggiungerci.
Alla faccia delle distopie, Satana abita nel cuore dell' inferno e non usa maps.




giovedì 25 aprile 2024

Etruria

 L'oriente della Luna

a cui tendono le membra

ossa di terre,

stelle morte

nuvole sconvolte

sul colle delle serre

l'antica fortuna

rimembra.

Flauti baccanti

occhi strani

inni sacri

dei piaceri profani.

L'eco di una moto

si spegne sulla collina

il vento porta i canti

la tua ora si avvicina.

L'erba, i riti, i carri.

Il vento soffia

fronde.

Lontano il paradiso

annega nelle onde.

Lampi e cieli

suonano i baccanti

occhi strani

di là della morte

i veli.

sabato 17 febbraio 2024

Realtà

Nel mare è la vita
nel mare è la morte,
le solitudini si incontrano
solo
per ritornare
negli abissi
dalle quali
son sorte.







venerdì 17 novembre 2023

Epilogo

 La luce della luna fredda sui colli faceva da lanterna alle solitudini dei boschi.

La terra emanava un profumo repulsivo.

Si sentiva un sentore di morte, il lumino del santo al crocicchio nel crepuscolo sembrava fare da specchio buio al gelo della Luna.

Non c'erano seconde possibilità, le braccia avvolgenti dell'oscurità si protendevano ad abbracciare le viscere, gli alberi i boschi, gli animali che raspavano nella penombra a formare un sincizio con il lume del santino e ad aprire una porta nel mondo di Ade.

Non c'erano seconde possibilità.

La terra promanava una sensazione come se l'erba dovesse crescerti nelle viscere.

Da lontano un crepuscolo rosato ad occidente faceva l'occhiolino alla vita che moriva infiltrandosi nella terra.

Mi avvicinai al santino e vidi che era una strano santino, una strana statua che sembrava del tutto identica a me.

La luce cinerea della Luna la illuminava.

Vidi che aveva un dito che indicava ad un anfratto.

Provai ad avvicinarmi e vidi che era stretto, sentivo una attrazione.

Entrai nel pertugio illuminandolo con la luce del cellulare e vidi una meridiana sul soffitto.

Entrai in quell'oscurità e persi il senso del tempo, non capivo se procedeva avanti o indietro, c'era uno spazio nero in cui entrai, o meglio, lui entrò in me.

Sentii un senso strano, non di pace, ma neanche di inquietudine vidi la bellezza che sfioriva, vidi i petali dei fiori, solitari che si staccavano per entrare nella terra.

Sentii il mio stomaco avvolto in questa sensazione una umidità che mi permeava.

La luce della torcia del cellulare vagava nel pertugio che si apriva sempre di più.

Sentivo le membra sempre più rigide e a un certo punto cercai con forza di uscire, ma le mie membra diventavano sempre più rigide, mano a mano che mi avvicinavo all'uscita.

Via via che cercavo di uscire la terra mi entrava nelle viscere e mi sembrava di diventare di pietra fino a che mi fermai immobile con la mano con il dito che indicava l'apertura.

Mi resi conto che ero diventato la statua di pietra che avevo visto all'ingresso, guardai la luce fredda della Luna e sentì che l'abisso nero era diventato la mia pelle.

Guardai la caducità e compresi che i fiori si sentivano soli e io avrei dovuto fargli compagnia per l'eternità.

venerdì 27 ottobre 2023

La candela

 Il lenzuolo si stendeva ampio e da esso emergevano le mille forme.

Mille volti e lui li contemplava.

Nel lenzuolo il vento della notte si era infilato e faceva crescere le mille forme i mille volti.

Ogni volto emergeva e poi spariva.

Lui li vedeva mentre era seduto.

Mille volti, uno dopo l'altro, o insieme.

Il suo volto emerse e poi anche il corpo, sotto il lenzuolo la stava accarezzando e le mani da sotto il lenzuolo carezzavano lui.

Era lei che lo amava da sotto il lenzuolo, la sentiva, la carezzava e le sue mani carezzavano lui.

Ma lui prese il lenzuolo e tentò di scoprirla, per vedere che rimaneva più il nulla.

L'aria sotto il lenzuolo fuggì nel vento della notte.

La luce della Luna inseguiva le nubi ed egli le vide.

Il ricordo di lei si specchiava nella Luna.

Anche le altre mille forme erano sparite.

Ciònondimeno era in lui il ricordo.

O fuori di lui?

Già quando aveva lasciato il lenzuolo per terra le mani si protendevano ed altre forme si formavano.

E allora comprese, comprese che doveva dimenticare se voleva ritrovarla.

Mille forme e come avrebbe potuto riconoscerla senza il ricordo?

Un'immagine era il ricordo, o cosa, qualcosa che pulsava nel suo cuore, si diffondeva nelle sue arterie?

O la candela che brillava nella stanza e illuminava le forme? 

Il vento l'aveva portata via e già in un altra stanza si stava alzando la sua forma?

Ma per le colline e per i dirupi c'era solo il silenzioso benestare della notte.

I lupi danzavano e ululavano alla Luna.

Ricordavano anche loro.

E vide il sole in uno scrigno, e il sole si spense.

Sotto di lui le onde del mare si infrangevano nell'oscurità.

Afferrò il demone che giaceva nelle profondità del mare e non colse nulla.

Nella stanza sentì il passo morbido di una donna che soffiò sulla candela e la spense.

La dimenticò.

Solo allora nel buio la riconobbe.


martedì 10 ottobre 2023

La mano

 I filosofi greci arrivarono con Alessandro Magno nell'India.

Vigeva una tale filosofia allora chiamata Buddhismo, i gimnosofisti li chiamavano i greci, perché essi non indossavano vestiti e discutevano nudi della verità e della filosofia.

Amalek il Greco conobbe il Buddha.

''Salve o Ghandarva io vorrei invitarvi all'agorà a dibattere con noi, spero sia di vostro gradimento.''

''Salve o Amalek il tuo nome non è greco eppure tu discetti da filosofo greco?''

Amalek disse:

''O Gandharva ciò che uno è e ciò che uno crede di essere non sono la stessa cosa, vieni a discettare nell'agorà troverai molti uomini contenti di conoscere la tua dottrina, noi siamo greci perché non aderiamo a nulla di particolare, cerchiamo di eviscerare il mondo col potere del Logos''

Il Buddha si recò all'agorà.

Fu invitato a sedere.

Egli sedette alla greca per compiacere l'uditorio, la cosa fu apprezzata, era un uomo elastico evidentemente.

''Salve o Buddha, noi da sempre discettiamo di verità e di origine delle cose mostraci la tua''

Buddha rispose:

''Se tu credi che io conosca la verità ti fai trarre in inganno dalle tue stesse parole, verità è un concetto, nessun concetto è valido nel nirvana, il nirvana è aconcettuale''

''Però è accessibile, questo è il senso della mia filosofia, la verità è inaccessibile, perché è come cercare di entrare in uno specchio, ma se tu lucidi lo specchio, quello è il nirvana''

I filosofi greci tacquero per un momento.

Amalek continuò:

''Parla in greco con noi, ogni lingua è parte del processo di dialogo dunque spetta a te mostrare attraverso una corretta traduzione ciò che intendi esporre e non necessariamente a noi di imparare la tua lingua, la parleremo anche, ma nella agorà si discute in greco''

''Traduci Nirvana''

Il Buddha così tradusse:

''Credo si traduca con libertà se vogliamo rendere la cosa a voi greci''

''Amalek:''Perché dunque dicono che si traduca con estinzione o cessazione del soffio?''

Il Buddha:

''A voi il vento fa paura?''

''A me si'' disse Amalek il greco.

''Capisci il senso di questa paura?'' chiese Buddha.

Amalek:''mai capito il senso di qualsivoglia paura, tantomeno quella del vento''

Il Buddha:''il soffio, l'aria, il vento sono l'intima natura delle cose, neanche l'acqua liquida, ma l'aria mobile e ballerina, le foglie che vanno e vengono il senso di cogliere per un attimo un profumo e perderlo, c'è poesia nel vento ma non c'è stabilità.''

''Un profumo o un fiore dura il tempo che un soffio casuale si introduce nelle tue narici, è tutto casuale eppure nulla lo è, la polvere della morte inquieta l'uomo senza che egli sappia cosa l'inquieta''

Amalek:''io non ho paura della morte e non so neanche cos'è, in verità la mia gente non corre dietro né al vento, né alle paure e tantomeno concede parole al vento, sappiamo anche tacere, ma parliamo agli uomini e abbiamo piacere alla parola''

''Spiega il tuo concetto dunque.''

Il Buddha prese la parola:

''O Amalek io so che voi siete nobili e saggi e che le vostre parole e i vostri silenzi sono pregni della vostra dignità, ascolta le mie parole dunque e giudicale col tuo senso e non con il mio''

''O Amalek credo che l'archè di tutto sia il vuoto, e il mistero dello spazio infinito, credo che molti uomini si ancorino alla terra e che non lascino mai che i loro piedi non tocchino la solida pietra, alcuni più coraggiosi di altri non temono le acque e si spingono in mari lontani e colonizzano isole lontane, la tua gente è coraggiosa e nata fra le acque, ne sente il canto e non teme le nereidi e il loro tocco grazioso''

''O Amalek la vostra gente ha coraggio e naviga fra mari lontani fra ninfe e ciclopi, ma teme l'aria e la luce e affida a Icaro il compito di ammonire gli uomini sulla impossibilità di raggiungere il mondo dell'aria e della luce''

''O Amalek cogli il senso del mio viaggio, cogli l'isola che ho trovato nell'oceano, la ninfa dalla quale tu non vorrai più partire, o mio Ulisse coraggioso''

''Sono partito affrontando tutto ciò che mi spaventava affrontandolo e vivendolo, ho vissuto fame, morte, solitudine, disperazione angoscia e sangue''

''Sono annegato nelle profondità dell'essere fino a scoprire che nel fondo degli oceani, c'era il vento''

''Poi mi sono lasciato trasportare dal vento con paura e trepido amore, ho amato e sono morto come foglia avvizzita''

''Avevo paura, sentivo paura come avrei potuto non sentirla?''

''Provavo dolore, ricordi e campi morti d'inverno, mari gelidi e cuori freddi, ho rifiutato persino le mani che cercavano di cogliermi con pietà, pentendomi per poi scoprire che volevo afferrare il senso e non c'era nulla di cui pentirsi nel mio essere uomo, nel mio volere oltrepassare le colonne d'Ercole e anche nel mio avere paura e voler ritornare nella mia Itaca''

''Ho visto la bellezza di Nausicaa e la dolcezza della  vergogna delle ragazze di fronte a un uomo nudo e naufrago, anche la loro pietà rispettosa, il loro garbo, la dolcezza del loro sguardo rivolto verso il basso per non ferirmi eppure la loro mano tesa, le loro gote rosse, che pure sono la cosa più nobile e dolce che talvolta il mondo pare non avere del tutto dimenticato, io ho rifiutato''

''Nessun vestito indosso io naufrago, come vedi, sono un Ulisse più radicale, ho compreso che era il gioco del gatto col topo, il demone Mara dell'illusione quando sapeva di avermi in pugno rivestiva i suoi demoni di bellezza e garbo, egli sa cosa soffre ogni uomo e credimi più ti distacchi dopo ogni frecciata al tuo cuore e più lui arriva a carezzarti con falsa compassione per lasciarti ancora più nudo e naufrago nella prossima catastrofe, nel prossimo naufragio''

''E' un demone e non bisogna cercare di cogliere la raffinatezza del suo pensiero, egli ti incastra anche così''

''Egli si cura di creare ogni barca di modo che ti salvi dalle acque per farti morire  bruciato, gioca un gioco che è superiore al nostro stesso intelletto''

''O Gandharva parlami del porto e non del vento e delle acque, dimmi come tu o strano Ulisse straniero hai trovato la dimora'' disse Amalek il greco.

''Guarda questa mano'' disse il Buddha, ''l'ho sognata una notte e la guardavo, sognavo il mondo e la sua splendida luce, sognavo di essere tornato nella mia Itaca, di essere con mia moglie e di uccidere i miei nemici che la attentavano''

''Era successo era vero, era ''reale'' eppure sognandolo ho risognato le stesse cose, il cane Argo che è morto, Penelope fedele che mi ha riconosciuto, e tutto questo in virtù di una mano che ha saputo scoccare una freccia e colpire con precisione un bersaglio, io credevo.''

''Ho sognato un sogno strano che mi ha fatto riflettere, questa mano io non ne avevo coscienza nella realtà ed è per questo che è arrivata al bersaglio, nel sogno invece la sentivo e tremava e rischiava di non prenderlo''

''Quando ho tremato il mondo del sogno si è discostato dalla realtà, nella misura in cui non ne ero cosciente e non sapevo se fosse mia la mano, ha tremato''

''Ho capito che nella misura in cui pensavo fosse mia''.

''Il sogno era identico alla realtà, ma io ho sentito i miei pensieri e ho capito il nirvana, il potere è nella mano, e tutto il mondo essa può blandire amare odiare, uccidere e soggiogare, ma solo se la lasci fare.''

''Se tu dici alla tua mano colpisci il bersaglio lei non lo colpirà.''

''E se nemmeno una mano risponde a te, chi sei tu?''

Amalek il greco era stupito di questa rivisitazione dell'Odissea, non si immaginava che lo straniero conoscesse Omero e parlasse così bene la sua lingua.

Era veramente perplesso e si guardò la mano.

Tremava o non tremava?

Non tremava?

Tremava?

Era sua, non sua?

Prevalse la razionalità greca.

''Questa mano sembrerebbe mia o Ghandarva, di tutta onestà io non capisco come tu possa dire che non lo è, e se non lo è di chi dovrebbe essere, spetta a te dirlo e non a me perché io la riconosco come mia, e non ho dubbi dopo aver esaminato la questione.

''O Gandharva dimmi di chi è la mia mano se non è mia?''

Il Buddha prese l'arco e le frecce e le pose in mano ad Amalek.

''Vieni o Amalek, lascia che sia la tua mano a dirtelo''

''Tendi l'arco e la freccia e uccidimi''

''Non voglio'' disse Amalek, ''sono io che parlo che ti dico che non voglio''.

''Fallo se vuoi conoscere la verità''

Amalek era sempre più perplesso.

''Questi stranieri non conoscono il modo in cui si discute nell'Agorà'' ci fu disapprovazione da parte di tutti e un coro unanime di spregio verso questi modi barbari di affrontare la filosofia.

Amalek però ebbe un moto strano e impazzì, dopo che l'agorà rideva e si faceva burle del Buddha lui tese l'arco e lo colpì.

''Straniero se non sei pazzo dimostrami se questo è il nirvana io tutto sono disposto pur di conoscerla e nulla temo, neanche la barbarie del tuo modo di conoscerla.''

Il Buddha sorrise e si accasciò.

Amalek rimase deluso e umiliato di aver ascoltato un folle straniero, nulla gli faceva presagire di aver colto alcunché, eppure l'aveva ucciso.

Aveva obbligato a fare con la sua mano quel che la sua mano non voleva fare e aveva semplicemente dimostrato l'ovvio, la mano era la sua.

La folla era silenziosa, Amalek triste, il dialogo non l'aveva illuminato ma atterrito e anche l'ultima parte era orribile eppure l'aveva affrontata con la sua solida volontà.

Amalek era molto triste.

''Il mio amore per la verità mi ha portato a uccidere un uomo, eppure lo rifarei perché sono fatto così''

Non riusciva a dormire preso dal rimorso.

Pensava nel suo cervello che non doveva impazzire e farsi sedurre dalle parole di un barbaro invasato straniero, che aveva sbagliato, cercava di riportare indietro le lancette del tempo e di non colpire Buddha, di deporre l'arco e deriderlo insieme agli altri greci, cosa voleva insegnare un provinciale a un greco di volontà ferrea e di desiderio di conoscere il vero sopra ogni cosa?

Cosa voleva insegnare che già non fosse stato dibattuto mille volte in un agorà greca?

Non capiva.

Si diede all'ebbrezza del vino chiedendo a Dioniso di salvarlo della sua stessa empietà.

Amalek era solo nel suo letto quando si addormentò e sognò.

Era un legato romano di nome Ponzio Pilato in un villaggio palestinese e un pazzo con le stesse sembianze di quel Buddha già si palesava con quella odiosa ostinazione provinciale con cui questi barbari pretendono di insegnare a noi uomini della civiltà qual è la verità e il senso del mondo.

Gli chiese che cos'era la verità e lui non rispose.

Gli chiese se quella mano era la sua e urlò che era la sua e mai e poi mai avrebbe ripetuto quell'errore con un altro pazzo.

Mai si sarebbe sottoposto allo sgomento di un omicidio gratuito per scoprire il nulla e seguire le follie barbare di un rozzo straniero.

''Fatelo flagellare e liberatelo'' comandò risoluto.

''Questo idiota'' aggiunse.

Ma la folla era in tumulto e lui urlò ''cosa ha fatto di male costui?''

E la folla urlava ''crucifige!crucifige!''

Ossessi pazzi dannati!

Cosa toccava a un uomo razionale del mondo razionale in mezzo a zotici sanguinari!

Era incerto e riviveva il trauma dell'uccisione del pazzo indiano.

Non capiva.

Però era un incubo e fuori dal suo controllo.

Subiva più di tutti la colpa e l'irrazionalità del mondo.

Ma l'imperatore Tiberio non lo avrebbe perdonato del tumulto.

Ordinò di croceffigerlo contro la sua volontà.

Poi ebbe orrore della sua stessa mano e provò a mondarla del sangue con un gesto pubblico.

''Questo sangue non l'ha versato la mia mano, io me ne lavo le mani.''

Quel tale poi dissero che era risorto.

Si risvegliò stranamente felice, liberato di un peso.

Quella mano non la credeva più sua.

Andò a seppellire i resti dell'uomo che aveva ucciso nell'agorà.

E lo vide con suo sommo stupore vivo e vegeto nella posizione della meditazione.

''Hai sognato?'' gli chiese.

''Si'' rispose scosso e tremulo.

''Sei risorto?'' chiese Amalek.

''No, io mi sono accasciato ma tu non hai colpito.''

''Ho finto''

''Ricordi la tua mano Amalek?Quella mano era tua?''

Amalek era scosso e ora non tremava solo la sua mano, tremava tutto avvinto dal terrore.

Il Buddha lo prese gli mise in mano l'arco e lo aiutò a tenderlo da dietro.

''E' tua la mano Amalek?''

''Riesci a tenerla ferma?''

''Ora ricordi Amalek?Ricordi che hai tremato al solo pensiero di uccidermi, ricordi che la mano tremava, che la tua volontà non era tua, che la freccia NON ha centrato il bersaglio.''

''Amalek perdonami ho dovuto scuoterti per destarti, i tuoi ricordi sono ciò che è accaduto?''

Amalek tremava e piangeva ora ricordava che la mano si era mossa.

Si bloccò ritto nel rigore di chi è conscio che il ricordo è solo un pensiero, non la realtà.

''Tu eri preso dall'ossessione della  tua colpa, della tua volontà e della tua mano e del tuo assassinio da non rendere conto che hai tremato e non hai colpito il bersaglio.''

''Cosa sono i tuoi ricordi Amalek?''

''Il passato, il presente o il futuro?''

''O nessuno di questi?''

Amalek ebbe una vertigine.

Diamine la testa gli faceva pensare per passato una roba che era presente e viceversa.

Ebbe una vertigine.

Totale.

Un ebbrezza, un brivido lungo la schiena.

Il sudore lungo il corpo cadeva fradicio ma si quietò.

''Futuro, passato, presente'' disse.

''Non è il futuro, non è il passato, non è il presente, se potessi vederlo, vederlo realmente, non mi sarebbe apparso tale e mai mi apparirà tale''

''Hai sognato?'' gli chiese di nuovo.

Era in una sensazione distorta.

Non capiva più.

E allora capì.

A questo punto rispose:

''No, non ho sognato, non era un sogno''

''Stavo solo cercando di riordinare il tempo e gli oggetti e i soggetti del mondo senza riuscirci.''

''Bene'' rispose il Buddha.

Lui non comprese bene perché ma queste sue mani che non erano sue abbracciarono il Buddha.

''Hai sognato?'' gli chiese nuovamente.

''Ora non più'' rispose lui.

''Mi sono destato dal sogno, dall'incubo''

Il Buddha se ne tornò nella foresta sorridente Amalek impalato fermo.

Il vento che soffiava sotto le stelle solitarie, e il grande universo non faceva più paura.

Non era un flusso il vento ma una ricostruzione notturna, postuma, precedente, presente e futura.

Ogni foglia andava in una direzione diversa e il vento soffiava e lui sorrideva dei sogni dei mortali e della  paura che guidava le foglie tremule che avevano paura del vento.

Era la loro paura a guidarle.

Era la loro paura il vento e il destino.

Un incastro di sogni o cosa?

Ulisse non aveva centrato il bersaglio, solo amava molto sua moglie e aveva creduto di centrarlo.

Lei lo aveva amato e riconosciuto per quello.





sabato 7 ottobre 2023

La torre

 La regina stava rinchiusa nella torre.

''Oh come è possibile che il mio principe sia si' crudele?''

''E io l'ho amato, i miei passi sono stanchi e più non ho voglia di alzarmi dal letto, ogni pietra di questa torre lugubre e senza finestre mi ricorda il suo volto luminoso, io sono stata accanto a lui prima che la sua mano si distaccasse, prima di non poterla toccare più''.

''Oh che crudeltà, io sono stupida e senza valore, come una schiava egli mi tiene rinchiusa qui, ma senza poterlo vedere, nulla ha più senso, dico la verità senza di lui io più non voglio neanche tentare di uscire senza che i suoi passi guidino i miei''

''Ma il mondo è grande''.

I candelabri illuminavano il volto pallido della regina che esangue moriva ogni giorno.

Ella fuggiva gli specchi.

Sempre più magra si abbandonava al dolore, alla tenebra più profonda ella sussurrava il suo canto:

''Dolce crudeltà, topo che rodi la mia carne, perché i pensieri volano lontani fuori di qua, come prigione è la realtà, se solo potessi ristringere la tua mano, ma il pensiero, che mi è breve conforto subito svanisce e si tramuta nei muri plumbei che vedono i miei occhi, in cui sono rinchiusa, e già più non vedo te e già ritorna la tortura crudele, la memoria è prigione peggio di queste pietre.''

Lo strazio si ripeteva nel buio della torre.

Ella tentava di uscirne ma senza successo.

Un giorno prese un libro e tentò di distrarsi dal dolore.

Parlava di una grande battaglia.

Descriveva come il principe sarebbe dovuto partire per combattere le legioni di demoni ai confini del deserto di pietra nera.

''Chissà che non stia parlando di lui...''

Nel libro era narrato di come il principe aveva dovuto lasciare la sua dama per difendere i confini da una schiera di esseri malefici.

Odio, carestia, solitudine, egoismo, paura, ansia, dolore, morte l'ultimo, il più temibile si chiamavano i re senza testa del mondo infero.

Nel deserto li aveva incontrati ed essi lo avevano vinto e ucciso.

Passo dopo passo ella si trovava a salire una scala ebbra della sua stessa fatica, senza finestre il suo mondo, rinchiusa, prigioniera, orfana, cosa più temibile di tutte, abbandonata.

Saliva le scale senza luce se non quella dei suoi candelabri.

Sette candele, tre da una parte, tre dall'altra, una al centro.

La mente oramai assente, guardava la fiamma, prese il candelabro e illuminò la stanza.

''Il ricordo è vicario di luce, senza il sole, qualcosa me lo deve ricordare''

Chiuse gli occhi.

I suoi piedi scalzi sentivano il marmo freddo e crudele.

Fu consapevole dell'eternità e della morte.

Già tutto le pareva un sogno.

Disse: ''sia lode a Dio, agli arcangeli tutti'''.

E camminò lungo le scale, passo dopo passo il marmo gelido la faceva trasalire.

Ma il candelabro illuminò una porta di ferro.

Una porta che appariva solo se illuminata da quella fiamma.

Solo dalla fiamma verde al centro.

Aprì e si rese conto di essere sulla sommità della torre.

Vaste erano le colline verdi che ella poteva vedere con il suo sguardo sovrano, verde l'erba sotto i suoi piedi già la consolava del marmo freddo.

Posò il candelabro e mai gli parse che il sole fosse più luminoso.

Egli scandiva sillabe di gloria sulle nuvole, egli sorgeva sul lago cristallino a oriente.

''Come è bello e vasto il tuo regno o mio principe'' disse.

''Ma io qui sono prigioniera anche se sulla sommità della torre, il tuo regno è perso per sempre, la morte ha trionfato, sia lode a Dio comunque.''

Un volo di uccelli bianchi, da sinistra a destra le parve il cenno di compiacimento della Divinità alla sua lode.

Scavalcò la ringhiera d'oro e si buttò nel vuoto per uccidersi.

Già vedeva con orrore il terreno verde che le correva incontro, fragile il suo corpo, eppure grave verso la terra e la morte.

Guardò il sole e ne fu estasiata.

Che luce.

Le pietre della torre parevano fatte di solida materia cristallina, l'edera verde era così risplendente, quasi che fosse un santuario.

Vide gli uccelli che volavano e ne fu incantata, volle essere insieme a loro.

E fu solo allora che battè le sue ali.

E si rese conto di averne un paio bianche e di poter volare.

E già il terreno non le correva più incontro e già ella saliva insieme agli uccelli bianchi, sempre più in alto, padrona del suo respiro dell'aria, verso la luce.

Incontrò il principe sulla montagna di smeraldo dove gli uccelli la condussero ed egli  le confidò:

''Sapevo che potevi volare quassù, finalmente sei uscita dalla prigione del tuo cuore, dovevi sperimentare la pena dell'abbandono per sapere di essere un angelo e poter volare, i nemici non possono più farti del male, eri tu a doverli sconfiggere con un battito delle tue ali.''



giovedì 5 ottobre 2023

Buona notte

Fravarti valchiria sorella
alle acque tu comandi
la notte è tua ancella.
Lascia ch'io ti spandi
il mio sole, luce divina
su nuvole bianche 
carezze di brezza marina 
baci la tua fronte
le tue lacrime stanche.
Rugiada,
notte inoltrata,
oscurità sospesa
stelle  alte sul nostro tetto,
concedi la tua resa
oh mia fata
al sonno, nel tuo letto.
Non avere paura
del serpente sul tuo cuore,
egli già lo ha morso,
il suo zucchero
tramuta il  male
in bianco cristallino candore,
in neve brillante la calura.
Le tue dita alla luna
sono più che sufficienti,
i fuochi del giorno spenti
che la pace ti conceda
nelle tue più buie ore.
Vento inoltrato
su cipressi che ondeggiano lenti,
se tu ti abbandoni
il fato
brillerà diamante
occhi tuoi contenti.

lunedì 11 settembre 2023

Il primo fuoco

 Gli alberi crescono nella notte, sempre più alti.

Vaghiamo a piedi nudi orfani della luce.

Siamo arrivati qui da molto lontano.

Il vento è il nostro signore, ogni foglia si muove nel buio e noi siamo tremuli e abbandonati a dove vuole soffiare il destino.

Gli alberi crescono nella notte sempre più alti.

Anch'essi cercano con le loro mani di carpire la luce.

Che non c'è.

La nebbia si insinua a lambire i colli.

Le gocce di rugiada sono promesse del mattino, ma la luce tarda ad arrivare.

Ho dimenticato il tuo viso da quanto tempo l'oscurità si è insinuata in me.

La luce delle stelle può forse farmi intravedere il tuo corpo nudo?

Mi bastano le mani per sentirti.

Anche se hai paura ti intimo di tacere con una mano.

E' una scintilla di luce che è scesa in me.

Non è tempo di amori, la fame e la paura ci incalzano, i rumori da quegli alberi lontani si fanno più vicini.

Se hai paura taci e non gridare, e se il tuo cuore batte troppo ringrazialo e fai pulsare le tue vene mentre stringo la tua mano.

Ora lasciami per un attimo, rannicchiati.

Una stella si è insinuata in me.

Porto le mani al cielo e prendo la pietra.

Credo di sentire cosa fare.

Il rumore si fa più vicino.

Batto con la pietra il sigillo del dio della foresta.

Le scintille sopra gli sterpi, ci ho già provato.

Cadono come le stelle del cielo mentre prego gli alberi di portarle qui giù.

Oh com'è bella la paura, ha sempre il potere di farmi dimenticare tutto e portare la mia mente dove sono io.

Batto con più forza sugli sterpi.

Sento il tuo respiro sempre più forte.

Non mi toccare, devo essere un ponte con il cielo, lascia che io non senta per un attimo le tue braccia avide di protezione.

Alzo di nuovo le mani al cielo.

Disegno con una mano il sigillo di Oxum sulla nuda terra.

Ora è sacra forse accadrà.

Il buio si illumina, le scintille stelle rosse cadono dalle mie mani.

E finalmente posso riguardare i tuoi occhi.

La luce si è accesa, il fuoco brucia gli sterpi.

Danza e aderisce agli steli che si afflosciano e si muovono come serpenti.

Ora che lo guardi sai chi sei, ne sei ipnotizzata.

Il battito del tuo cuore è di nuovo calmo, i tuoi occhi distanti, distanti a guardare la luce delle stelle sulla terra.

Ora sai chi sei.

Io non più, perché il tuo volto è diverso.

Come sei bella.

Sai questo fuoco che ho acceso per la prima volta nella notte dell'umanità ha cacciato gli occhi ciechi della bestia che ci dava la caccia.

Ma perché ti ricordavo diversa?

Cosa avevano visto i miei occhi e cosa vedono ora?

Perché vedevano il tuo volto in quella maniera brutta un tempo?

Erano forse gli occhi paurosi di una bestia spaventata?

Mi guardi e il tuo sguardo è sempre quello di un tempo.

Avida carpisci mille particolari, il fuoco ti piace, io non più.

Triste getto altri sterpi ad alzarlo.

Ora sai come fare ad accenderlo io non ti servo più.

Il tuo cuore è calmo e le tue mani più non mi cercano.

Avida di calore vai verso il fuoco ipnotizzata.

E' nata l'umanità e già si è compiuto il primo vagito del dolore.

La tenebra era profonda e ora la luce non è nata dall'orizzonte col sole ma guarda dal basso gli alberi.

Oxum ti ha rapita.

Le tue mani più non mi cercano.

E io ci soffro.

Non le tendi nemmeno per fermarmi quando io orfano della tenebra ti lascio per vagare di nuovo nell'oscurità.

Ho di nuovo bisogno della paura per placare il mio dolore.

Cammino mentre la luce rosseggiante del fuoco si fa più tenue dietro di me.

Torno nel buio e mi rannicchio sulla nuda terra che più da vicino mi ricorda il tuo abbraccio.

La via Lattea non ha il più benché minimo senso.

E se portassi almeno il tuo ricordo con me quando tornerò alla mia stella?


domenica 3 settembre 2023

''Mia vita molto dura''

Quel giorno ero arrivato al paese di corsa come al solito e mi ero fermato al bar mentre guardavo il pomeriggio cadere tranquillo fra le case in pietra.
I cipressi erano alti e sembravano finti.
Mentre l'oro si stendeva fra le colline brulle nel tardo meriggio giocavo a chiedermi cosa ci fosse oltre quelle colline brulle.
Le bandierine appese alle corde sospese fra le case ondeggiavano al vento tra le case in stile tibetano involontario.
Avrebbero potuto contenere delle preghiere buddhiste.
In realtà erano lì da una festa di qualche mese fa e nessuno le aveva tolte.
Arrivando di corsa avevo avuto sensazioni diverse.
Per certi versi aveva qualcosa del deserto.
Da lontano le colline  verso Volterra avevano un colore davvero giallognolo brullo.
L'Italia è un incrocio fra Europa e Medio Oriente.
La Toscana è una terra di apparenti gaudenti che secondo me hanno dimenticato i primi eremiti che avevano vissuto una vita di vento e silenzio.
Immaginavo cosa dovevano avere provato i primi colonizzatori di questo posto.
Mi chiedevo cosa diamine ci facessi lì.
Se lo saranno chiesti pure loro.
Mentre ero assorto in questa contemplazione il croato passa con un land rover scassato e mi dice ''dottore, mia vita dura, vieni stasera?''
''Oddio diamine me ne ero dimenticato''.
''Mia vita dura'' replica lui.
''Dai corro a casa e vengo dopo che mi sono fatto una doccia.''
''Mia vita molto dura'' ripete.
''Ma come fa uno con mille euro al mese a campare!'' si lamenta.
''Loro aristocratici, mia vita dura!''
''Ok adesso fammi andare vengo stasera''.
Corro di ritorno e mi fermo a mangiare dei fichi maturi e dolci, entro incuriosito in un cimitero e mi ritraggo subito.
Sebbene gli alberi e i cipressi stiano alti a sognare nel cielo l'idea di finire lì sotto mi angoscia non poco.
''Non qui, non adesso''.
Il campanile mi ricorda scandendo le ore che devo muovermi.
Arrivo a casa, bevo quasi disidratato, mi faccio una doccia.
Ho quasi l'impressione di fargli un piacere, non voglio essere scortese, ma me ne starei a casa, sono stanco di uscite fetecchie.
Arrivo al castelletto, la medievale e sontuosa abitazione del tempo che fu, ci ero passato diverse volte e non ci ero mai entrato.
''Sarà vero che qui c'erano i cavalieri templari?''
''Può essere reale quel passato di nobili principi sebbene assurdi per cui la gente moriva?''
''Vedi che comunque qui c'era una certa tensione spirituale,  lo percepivo.''
La villa non sembra avere entrate aperte ho già l'impressione di essere venuto per niente.
A un certo punto passo vicino a una porta stretta e lui mi chiama dall'interno.
Stanno preparando da mangiare e mi fa entrare.
Salgo delle scale in legno, vedo la Luna che accarezza l'edera verde sui muri fra le due torrette del balcone che le collega.
La magione templare è antica e nobiliare, si vedono decine di quadri alle pareti, i soffitti alti in legno, le lampade che danno una luce soffusa.
Tutti nobili, tutti morti, i soprammobili in alabastro di Volterra.
Tutto quanto ha le dimensioni di un sogno.
Mi siedo in un seggio in legno in quella che sembra una sorta di antica cappella con la gente seduta sui banchi.
I cantanti e le cantanti si alternano con il  maestro pianista che li accompagna.
La gente guarda in silenzio come a una celebrazione liturgica.
La porta in vetro smerigliato verde con intarsiata con intelaiatura a quadri di metallo sottile lascia intravedere un verde giardino.
Lo immagino.
Via via che si fa buio la luce smette di entrare da essa e diventa quella morbida e accogliente delle lampade e delle candele.
I soffitti alti, i quadri, l'enorme camino spento.
Intonano canti lirici in tedesco.
Intuisco una parola e l'altra e penso che in generale la musica e la poesia sono un caleidoscopio con cui con quattro vetri tiri fuori delle splendide illusioni.
Difatti le parole in tedesco grossomodo sono quelle lì,''sonne'' sole, ''abendlicht'' luce del vespro, ''liebe'', amore.
Diamine, sti poeti e musicisti giocano un gioco facile, rispetto alla complessità della vita, loro ti parlano di stelle e tramonti, del sole che splende senza dirti che splende senza un costrutto, che la sua luce è quanto di più divino e al tempo stesso profano esista.
Un dio muto che si contenta della sua gloria, narciso e pavido di vedere cosa la notte abbia in serbo.
Ma al mondo esistono ancora i nobili?
Eccoli qua.
I nobili cercano di  prendere esempio da lui, ma sono più simili alle candele che sono accese li sopra quel mobile a baldacchino.
La contessa maestra di canto si gloria del suo coro, ma le candele illuminano poco i ragni nell'ombra sopra, e i quadri sospesi e onirici di uomini dalla fronte distesa e i capelli bianchi.
La gente applaude senza capire un tubo, effettivamente sono bravi, le loro ugole si spingono in ogni direzione.
La cantante magra è timida di una bellezza che solo le ragazze timide sanno ostentare.
Magra e alta dai capelli neri e ricci.
Tutte curate.
La cantante decisamente più in carne occupa lo spazio di tre di loro, sembra uscita da quei cartoni animati degli anni 20 un pò lisergici, con i topolini strambi e la cantante che con la sua voce fa saltare l'empire state building mentre si gonfia a dismisura.
Un tizio scalzo che intuisco essere straniero riprende la scena.
Nessuno per fortuna si osa a riprendere la scena col telefonino, anche i cafoni in mezzo ai nobili capiscono perfettamente ciò che è volgare.
Io mi adeguo e applaudo, chiudo gli occhi e guidato dalla musica mi rilasso.
Mi addormento.
Vengo risvegliato dagli applausi.
Ah diamine siamo qui.
Ci portano al rinfresco e mi sazio senza troppe remore.
La contessa prorompe in un:
''Un grazie al nostro maestro di pianoforte Pacchiarotti.''
Io dico diamine non ci credo dopo trenta nomi austroungarici mi arriva così sbilenco un Pacchiarotti a tradimento.
Trattengo il mezzo sorriso lui si inchina placido e tranquillo.
Anche i nobili nei quadri sopra sembrano deriderlo un pò con la coda della bocca.
''Ma che mondo, ma diamine cambia una lettera del cognome se devi fare carriera, non sembra vero''.
Ma si parliamo col maestro Pacchiarotti.
Il maestro è bonario e goloso si abbuffa delle vivande sopra la tavola.
La pancetta a tradire un temperamento piacevole e gentile di quelle persone che sono buone perché gli piace semplicemente il buono della vita.
Io gli spiego dove siamo perché lui mi dice:
''Siamo stati un pò segregati qui a provare tutta la settimana, una volta ci hanno portati in macchina al paese ma solo per un quarto d'ora.''
Ma che buona la contessa gli ha dato il quarto d'ora d'aria al Pacchiarotti disorientato di fronte ai colli toscani.
''Allora con un mano indico da una parte, qui il nord Pistoia, Lucca, qui sud est Volterra, Siena, qui ovest il mare Livorno.''
L'altra cantante sembra preoccupata che io gli porti via il Pacchiarotti, riorientandolo di modo che fugga.
E a un certo punto datemelo anche un pò a me il Pacchiarotti,  anch'io ho il mio diritto a un pezzo del cuore agrodolce del Pacchiarotti.
Gelosa lo rimprovera:
''Maestro vedo che hai già stretto amicizia''.
''Maestro, domani devi essere a cantare a un matrimonio.''
Ahi lui si mette la mano sulla pancia e tace.
''Ma io mi trovo bene qui.''
Prova a protestare.
''Troppo bene qui, facciamo sempre fatica a portarlo via'' mi dice sorridente, e senza fatica lo porta via con lo sguardo basso.
''Il maestro è molto bravo''
Soggiunge, mentre mi guarda come a dire ''non approfittare troppo della sua bravura è solo per noi.''
Ma la contessa che dice?
E' precisa uguale alla contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, stessi vestiti solo più minuta e forse cortese.
Lui le chiede un pò di coca cola.
Inguaribile Pacchiarotti niente champagne e solo coca cola a noi  piace quel che ci piace.
Tartine dolci insieme al salato, sancisce lui, ''a me piace così.''
Lei sorride beata di cotanta bonaria richiesta e maternamente invita la servitù ad accontentarlo.
Il croato gli porge la coca cola nel bicchiere.
''Maestro?!'' lo chiama una.
''Maestro!'' un altra.
''Maestro?''
''Maestro?''
Da tutte le parti lo vogliono.
Lui alza il bicchiere della coca cola fa cin cin e col bicchiere alzato:
''Maestro di 'sto cazzo''.
E se ne va dalla stanza portandosi via la bottiglia della coca cola.
''Ineffabile Pacchiarotti''.
Dico io.
''Un uomo come pochi altri''.
La gente applaude senza motivo a Pacchiarotti che non c'è più.
''Una grande uscita di scena!''.
Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace.
La cantante magra che mi dicono essere svizzera mi piace.
Ma io non faccio a tempo a presentarmi che il croato ci prende e con una certa fermezza ci allontana dai nobili.
''Diamine sempre così'' penso.
''I nobili ti fanno entrare guardare e ti sbattono alla porta, devi solo applaudire, non si fa, o meglio si che si fa, a noi si fa, si deve fare, forse non sono buono come il Pacchiarotti, sono cattivo e me lo merito.''
Alla porta al croato gli chiedo una sigaretta di consolazione.
Lui mi dice di giramela io non sono capace e me la gira lui.
La vita è come una sigaretta che non so girare, quando imparerò a girarla forse me la potrò fumare.
Lui me la gira e la fumo.
I cipressi sognano sotto il cielo blu, e se Van Gogh vede cose strane, pace all'anima sua, io qui ho l'impressione solo che sia tutto un sogno.
A volte bello, a volte brutto.
Questa trovata del cognome Pacchiarotti è un segnale del destino che mi dice:''non te la prendere è un sogno bizzarro.''
Fuori il croato mi dice:
''Ora capisci dottore perché mia vita è molto dura.''
Vago per la strada guardando il cielo blu della notte, le cicale che intonano il loro coro.
Sento una voce che pronuncia il mio nome dal cimitero dal cimitero.
''Oddio ho paura i morti mi stanno chiamando.''
''Forse è veramente la mia ora.''
La voce continua a chiamarmi.
Entro aprendo il cancello.
Le tombe bianche si allargano per molto spazio con i lumini elettrici sotto a fare da contrappuntò alle stelle sopra.
''Cosa vogliono dirmi i morti?Saranno fantasmi di templari eremiti?''
Mi avvicino.
Una figura nera nell'ombra è riversa a terra.
''Devo ascoltarli, sapranno consigliarmi.''
Mi avvicino.
''Parla dunque, chiunque tu sia.''
''Vuoi della coca cola?''
''Cosa?''
''Vuoi della coca cola?
''Eh?''
Ma non mi sembra una frase di grande saggezza.
Mi avvicino.
''Oh diamine è il Pacchiarotti''
''Vuoi della coca cola?''
''Ma vai a fare in culo te e la coca cola mi hai fatto prendere un colpo, pensavo fossi un fantasma, sto posto da i brividi di notte.''
''Mi porti via?''
''Dai vieni fantasma  Pacchiarotti, ho capito che sei sotto sequestro fuggiamo dalla magione templare.''
Io e il Pacchiarotti ci allontaniamo sorseggiando coca cola in macchina fra le stradine tortuose dei colli.